lunedì 5 novembre 2007

per partire

L’albero fuori dalla mia finestra ha perso quasi tutte le foglie. Rimangono solo macchie disperse giallo e senape. La luce entra dalla finestra senza più filtri, bianca e grigia di un giorno d’autunno, di un cielo denso e pesante come zucchero filato. Consumo la giornata un po’ sospesa, tra il lavoro da finire e la valigia da chiudere. La voglia di chiudermi in me stessa e la voglia, uguale e contraria, di dimostrarmi di sapermela cavare tutto sommato, di essere indipendente. Indipendente dal mio stesso modo di essere, emancipata dalla mia natura insicura e umorale, libera. Solo la parola, libera, mi fa sorridere. Mordo un po’ il polsino del mio maglione (gesto identico nei secoli) e lascio sfumare i pensieri nella luce del pomeriggio. Galleggiare sopra le ansie e le piccole preoccupazioni. Svolazzare senza peso sopra la mia testa. E sono pronta. Per partire.

domenica pomeriggio

Una tazza di orzo scalda le mani. E le labbra. Fuori dalla finestra una domenica di novembre calda di sole e cielo azzurro. Sto seduta sul letto. A gambe incrociate davanti al portatile acceso. Perdo lo sguardo fuori dai vetri, anche se è ancora presto la luce brucia già dei colori del tramonto. Torno a me stessa sola dentro la stanza. Sola. La solitudine morbida e malinconica della luce del pomeriggio che riempie l’aria e si riflette nello specchio. Il tempo si dilata e rallenta. Vorrei che questo momento potesse non finire mai. La valigia aperta è ancora vuota e mi da una sensazione di nodo allo stomaco. Mi sento quasi come se dovessi mettere in scena il travestimento di me stessa. Diventare un’altra, quella che devo essere. Cambiare il mio viso, i miei vestiti e con i dettagli il mio modo di essere. Mettere da parte il mio strano mondo emozionale per essere quella creatura razionale che devo essere. Mi stampo sulle labbra un sorriso di quieta efficienza, faccio la valigia e i biglietti per partire. E tornare. Eppure una parte di me resta su quel divano, sotto un copertina rossa a guardare Stand by me e annusare il tuo odore. Sono certa di essere io quella. Sul fatto di essere anche quella che salirà sul treno domani ho qualche dubbio. Sola.

domenica 4 novembre 2007

sogni

La notte si affola di incubi. Immagini angoscianti. Frammenti incollati insieme secondo una logica assurda che lascia sulle labbra il sapore amaro dell'incapacità di comprendere. Di dare un senso. Accendo la luce e mi siedo sul letto. Stropiccio gli occhi. Lentamente la realtà prende il sopravvento e la sensazione di angoscia sbiadisce. La notte fuori è ancora scura. Spengo la luce e torno a letto. Ma di dormire non ho più voglia. Vorrei arrivasse il conforto della luce del giorno. Da un lato. Vorrei che questa notte potesse durare ancora a lungo. Dall'altro.

venerdì 2 novembre 2007

nè il giorno nè l'ora

a casa. rannicchiata sulla mia sedia bevo un te rovente alla vaniglia. e sto con me. un libro. una sciarpa di lana. la perfetta combinazione di noi due. ieri. la perfetta incertezza di me stessa. oggi. sottovoce. in punta di piedi. in controluce. io. ho addosso questa sensazione che non so spiegare. un specie di brivido in fondo alla schiena. un'inquietudine senza spiegazione. l'assurdo timore che la mia sensazione possa in qualche modo concretizzarsi. ma non sono una strega. me lo dico e me lo ripeto. devo smetterla di lasciarmi sopraffare dalle sensazioni, dai presentimenti. troppa banana yoshimoto nel mio cervello per non dedicare alla sensazione che ho adesso, addosso, almeno un pensiero.
ho imparato che la tranquillità delle vita è precaria. temporanea. che basta un attimo per cambiare tutto. che le abitudini, per quanto confortanti, hanno i minuti contati. niente è per sempre. e questo mi lascia inquieta. allerta. poichè non so nè il giorno nè l'ora.
un altro sorso di te caldo sulle mie labbra. non poso permetterlo. non posso lasciarmi sopraffare dalla paura di vivere, perchè non sarebbe più vivere. eppure di nuovo un brivido in fondo alla schiena.