lunedì 6 ottobre 2008

oggi scrivo senza stile

Ho guardato il mio riflesso dentro lo specchio questa mattina, facendo finta di non avere nessuna paura. Di non provare nessuna emozione. Ho sistemato i riccioli con un paio di mollettine invisibili. Ho messo il rimmel sulle ciglia. Ho messo addosso un vestitino grigio e tacchi alti, per sembrare più grande, più professionale. Non credete a chi dice che l'abito non fa il monaco, lo sembravo. Più professionista. Ma anche più esile, più incerta. Arrivo con un buon anticipo. Mi fermo al bar all'angolo a bere un caffè sul quale spruzzo un pò di cacao. Il barista è gentile, mi regala un cioccolatino e mi augura buona giornata.
La sala del concorso è fredda, dopo dieci minuti ho già le mani gelate. Gli altri partecipanti, uomini più prossimi ai 40 che ai 30, parlano al cellulare o scrivono messaggi. Io mi guardo i piedi. I colloqui si succedono piuttosto monotoni, sono l'ultima della lista ma dopo due candidati comincio a sentirmi fuoriposto. Arriva il mio turno a ridosso della pausa pranzo. La psicologa mi martella di domande snervanti, supposto che fossi un'asociale con tendenza all'omidio seriale dubito che lo direi in questa sede e a lei. Ma è giusto che ognuno faccia il proprio lavoro. Spero almeno mi disegni un bel profilo.
Gli esaminatori mi piacciono, credo mi piacerebbe lavorare con loro. Ho già deciso che sono in gamba e io sono brava in quanto a prime impressioni. Non sono sicura che loro vedano la stessa cosa. Mentre con gli altri lo scambio di battute mi pareva tra pari io mi sento una specie di simpatico esemplare che fa colore e simpatia ma che, alla fine, non ci crede nessuno. (la grammatica è scorretta ma il signifcato chiaro). Se questa sia una mia impressione o la realtà dei fatti non so dirlo.
Fatto sta che mentre cammino verso la metropolitana sento salirmi il mal di testa in testa e scendermi sulla spalle e nelle dita delle mani la sensazione amara di una nuova sconfitta. Perchè anche se col mio riflesso dentro lo specchio faccio la dura, alla fine la prendo sempre male. Come una sconfitta.
Nell'attesa degli esiti formali mi trincero dietro la mia temporanea scrivania, prossima alla scadenza. Mangio il mio cioccolatino. Mi mordo un pò le dita. Cerdco di ritrovare il capo del gomitolo delle mie cose da fare, della me normale. Cerco di ritorvare quel pò di stabilità che ancora da questa mia quotidinità provvisoria, che conta i giorni alla rovescia. La vita è questa. Una lunghissima successione di prove. Non sempre si vince. Non io, almeno.


...e tu avevi vestiti adatti per le tue guerre stellari...

sabato 4 ottobre 2008

un posto che amo

il quadrato della finestra sul tetto fa da cornice al blu del cielo. Il sole disegna ghirigori sul legno del pavimento. adesso potrebbe essere ovunque. ovunque nello spazio. ovunque nel tempo. nelle stagioni. addosso una felpa di lisa simpson. ascolto jeff buckely fino allo sfinimento. attendo.
e nell'attesa incollo qui qualcosa di me. sorriso. lascio volare via i pensieri come cenere al vento. oggi mi sento così, inquieta ma finalmente tranquilla.
...

(qualcosa di me. un psoto che amo)

venerdì 3 ottobre 2008

senza calze

Oggi mi ha sorpresa alle spalle un temporale autunnale. Non una grigia pioggia invernale ma un cielo carico in tutti i toni dal blu al nero, colpito al cuore da lampi lontani e silenziosi. Quello che ne rimane è un vento freddo, che fa frusciare le foglie ingiallite, e la punta bagnata delle mie scarpette, ostinatamente indossate senza calze. E' questo autunno che mi riposta di nuovo a galla, aiutato da un dose massiccia di biancospino&passiflora e dal pensiero che è venerdì. E venerdì vuol sempre dire la fine di qualcosa. Anche se più che finire lascio tutto sospeso e scivolo nel finesettimana, come il punto tra due linee del codice morse. Un punto di sospensione.
Torno a galla dicevo. Lentamente e non senza un pò di stupore. Per gli occhi che si riaprono. E la luce che non me la ricordavo così intesta. Anche se l'apnea dura poche ore sembra sempre durare un'eternità. Lentamente e non senza un pò di imabarazzo.
Ombrellino aperto sotto la pioggia e vento. Va meglio. Potrei persino saltare in una pozzanghera, forse. Così, per divertirmi., per alzare un pò di spruzzi al vento. Certo, se non mi ostinassi ad indossare scarpette dalla punta tonda senza calze...


giovedì 2 ottobre 2008

scrivere sui vetri


Anche questa sera sono rimasta sola. In sottofondo i frusci elettrici dei pc lasciati accesi, delle luci acriliche, del fax. Fuori scende la sera, grigia e umida di autunno. Io la guardo da dietro il vetro chiuso, con le guance rosse come accade dopo una riunione troppo lunga. Con le mani fredde, con le dita sottili che sfiorano il vetro disegnando cerchi e cuori immaginari.

Sono davvero confusa. Confusa, nervosa, agitata. Non so cosa darei per ritrovare un pò di calma, un pò di pace. Non so cosa mi spinga a buttare nella rete i miei pensieri aggrovigliati stasera. Forse la speranza che una volta tirati fuori da me possano trovare spazio e luce per districarsi, per sciogliere i nodi. O, per lo meno, per trovare un pò pace.
Non so nemmeno da cosa o da dove potrei cominciare. Forse dalla mia pancia. La lancetta perversa del malessere. Io ho un serio problema di comunicazione con la mia pancia, siamo due ragazze costrette e vivere in un unico corpo. Si sa come sono le ragazze, un solo palcoscenico è piccolo per due prime donne. Siamo in guerra. E a volte abbiamo giocato sporco persino. Sia io, che lei.
Che poi la pancia è una bella scusa. Nei momenti come ora. E ce ne sono nella vita di momenti così, ma raramente così confusi. Una bella scusa su cui concentrare l'attenzione, le forze e i desideri. Nei momenti come ora dico, quando il resto appare inaffrontabile e totalmente fuori controllo. Posso odiare la mia pancia nella specchio. E pensare che dominandola riprenderei il controllo. E mi sento infinitamente triste perchè so che sono bugie. Assurdità. Perchè non posso finire col crederci di nuovo. E l'eventualità mi fa paura. Ed è paura che si aggiunge a tutta la serie infinita di timori e paure che mi piove addosso. Pioggia.
E sto qui a disegnare cerchi invisbili sui vetri perchè lo so. Che il controllo non esiste. E che forse a volte bisogna lasciarsi semplicemente andare alla deriva per ritrovare la rotta.
E mi sento un pò sola e un pò solitaria in questa sera silenziosa ed elettrica. E tocco la mia pancina e in fondo so che mia. Che siamo la stessa cosa. Che devo volerle bene. Che devo volermi bene. Volermi bene. Vado a casa.
...
(mi imbarazza. rilggere. ma ammettere le proprie debolezze è già qualcosa. anche se sono solo parole invisibili su un vetro)