Sali al settimo piano. Bologna è lievemente spruzzata di neve e di luci natalizie. Una tazza di cioccolata. I piedi nudi. Addosso la stanchezza di albe, di treni, di cose e di corse. Un pò freddo fuori finalmente. Un pò di inverno. E la città che mi si srotola davanti agli occhi, fuori dai vetri.
Mi viene sempre da sorridere quando mi chiamano "signora". Mi chiedo perchè "signorina" non si usi più. Io lo preferirei. Signorina.
Ho comprato un cappellino di lana, nero con un fiore su un lato. Le persone con la mia circonferenza cranica dovrebbero astenersi dall'indossare cappeli, me ne rendo conto. Ma mi piace com mi fa sentire. Mentre guardo i riccioli che sfuggono fuori. Mentre mi guardo riflessa nello specchio dell'ascensore. Mi fa sentire come la persona che sono diventata. E non è male.
Sono stanca e ho voglio di dormire. Guardo la città là fuori ma sto pensando ad altro. Qualcosa che non posso spiegare. Un dettaglio. Un segreto. Inspiegabile. Inspiegabilmente intenso. Silenzioso.
L'intesità dello sguardo. O, forse, la capacità di mettere a fuoco. Di comprendere. Di vedere in trasparenza. Una dote come un'altra. Un difetto come un altro. L'intuizione. L'empatia. Ferire diventa impossibile senza ferirsi. Un coltello a due lame.Quella sensibilità vigile, attenta, esasperata. Obbligata. Le emozioni che esplodono improvvise e devastanti e lasciano negli occhi i bagliori di un'aurora boreale.
Le mie dita sono fredde mentre sfiorano i tuoi contorni. Senza calore. Universi che non possono comprendersi. Nè guardarsi. Nè sfiorarsi. Occhi che non possono vederti davvero. Nè intuirti. Nè comprenderti. Occhi ciechi. Buio e silenzio a strafottere. Ti guardo ma siamo altrove.
Quanto più mi somigli tanto più sono incapace di comprenderti. Come specchiarmi. E' incomprensibile. E' violento.
Sfioro il vetro gelido che ci divide. Seguo il tuo sguardo che sfugge il mio. Non provo che inverno. Ed una distesa sibariana il pensiero che è lo stesso che provi tu, guardandomi. Nei miei occhi incandescenti non scorgi altro che inverno e inmprensione.
E' ancora buio. Completamente. Buio come fosse notte. Ma senza stelle. Ma senza sogni. Piove. L'acqua scivola sul vetro e distorce i contorni. Ho in testa solo pensieri sbagliati. Distorti. Irreali. Da maneggiare con attenzione. Da desiderare e temere. Da dimenticare. Parole da lasciare taciute, non dette e, si, dimenticate. Parole che sembravano instense nel buio ma che svaniscono alla luce del giorno. Resta addosso un vago ed inspiegabile senso di smarrimento.
7.00 p.m.
Non ha smesso di piovere neppure un attimo. E' cambiata la luce, i toni più scuri, i grigi e i blu del cielo più cupi. Ho affidato al vento la mia richiesta di un pò di magia. E non ho raccolto che silenzio e vuoto. Le parole sono solo virtuosismi della mia immaginazione. Immaginarie. Ma credo che anche ciò che è immaginario - immaginato - abbia in se qualcosa di reale. Un pensiero. Un seme. Un bagliore, un atomo, il seme rale dell'immaginazione in mezzo alla distesa del concreto. Non mi fingo migliore di questa debolezza che mi appartiene (Infantile. Ridicola. Inutile.). Perchè non può essere neppure descritto il sapore (reale) che lascia sulla labbra questa sensazione (immaginata) (immaginaria). Al punto che non so (o non voglio) distingure ciò che è intuito, ciò che è frainteso, ciò che è vero, ciò che non esiste.
I fili. I fili che legano le persone. Sottili, invisibi, fragili. Da districare con le dita. Da provare a comprendere. Ad aggiustare. A non perdere. A tagliare. Mentre provo, a capire e a districare il nodo ingarbugliato che ho tra le mani, mi sento anche un pò ridicola. Vorrei mani e mi ritrovo solo le mani piene di fili. Inutili.
Non riesco a scrivere. O si, per scrivere scrivo. Ma io resto in testa. Non riesco a fluire, a scorrere. L'emozione si addensa dietro le palpebre, nei colori dell'iride. Si addensa nelle dita delle mani. In gola. Nei muscoli e dentro le ossa. Non so come farla uscire. O, a dirla tutta, ho paura di quello che vedrei se uscisse davvero. Ci penso su. Ci scarabocchio.
Cielo grigio. Aria densa che sa di pioggia e nuvole e nebbia e autunno. Io che faccio i biglietti del treno. Io che cambio il colore ai capelli. Io che vorrei uscire ma anche no. Io che vorrei rallentare il tempo. Che sono stanca. Che ho gli occhi gonfi e mal di testa da giorni. Per giorni. Ho addosso un silenzio malinconico. Ho addosso bisogno e desideri. Incertezza, un pò. Il sapore della pioggia sulle mie labbra, il sapore che ha sapere che tutto sta per cambiare, che devo costruire una vita nuova. Ed è bello, volgio dire è bello immaginare, disegnare sul foglio bianco. Ogni cosa. Ma è strano sapere che dei giorni come questo ne resta un numero piccolo, finito. è strano sentirsi addosso il tempo che passa.
Sarebbe silenzio. Si non ci fosse il suono elettrico delle apparecchiature in tensione, il fruscio delle ventole del computer, il rumore del traffico distante, fuori dai vetri, e il ticchettio delle mie dita sui tasti, dentro. Il pomeriggio soprattutto la stanza si riempie di luce, non serve neppure tenere le luci accese. Il sole gira da dietro le mie spalle verso il lato, i colori si fanno più caldi, il cielo si infiamma e, infine, la sfera si fa incandescente sull’orizzonte per poi scomparire dietro gli alberi. Questo accade il pomeriggio fuori dalla mia finestra che non è in verità una sola finestra ma una parete intera. Io non guardo mai abbastanza, ed è un peccato. Ed è per questo che mi ha lasciata stupita l’aria fredda della sera e il colore giallo e brunito delle chiome degli alberi. È novembre ed io non me ne ero neppure accorta. Questa mattina ho camminato per venire qui, perché camminare aiuta a ritrovare i pensieri, a far scivolare il peso delle cose inutili via via più giù, dalla testa allo stomaco, alle gambe, ai piedi. Per poi scivolare fuori, sull’asfalto, rimbalzare e restare indietro. Come qualcosa di superfluo, qualcosa da lasciare indietro, un peso di cui disfarsi per camminare più leggera. E andare più lontano. Forse non ho abbastanza autunni sulle spalle per essere saggia o per aver capito qualcosa, ma ho occhi abbastanza per poter guardare allo specchio e comprendere quanto è ora di fare un respiro. Mi succede, mi è successo e probabilmente succederà di nuovo in futuro. Smetto di scrivere per qualche tempo. Non so giudicare se si tratti di anoressia o inappetenza. Restano bianche le pagine dei miei quaderni e persino questa mia, ormai solitaria, pagina nell’etere. E più perdura questa fase avara di lettere più lentamente cresce dentro una sensazione di vertigine, di smarrimento, perdita dell’orientamento che poi si trasforma in bisogno, in necessità, in urgenza. E quando non sono più in grado di contenere le parole semplicemente tra i miei pensieri, quanto mi riempiono gli occhi e le mani, il giorno e la notte, allora posso solo sedermi davanti ad un foglio bianco e mettermi a scriverle. Non importa come, cosa, dove. Scrivere e basta. Come piovere. Come piangere a volte. Senza rumore. Goccie. Parole che mi scivolano fuori dalla punta della dita o della penna. Una dopo l’altra. Maree. Ed ad ogni parola mi sento un po’ meglio. Ad ogni parola mi sento di ritrovare qualcosa che avevo perso.