venerdì 15 febbraio 2008

Un venerdì nervoso e stanco

Sono così nervosa che mi tremano le mani. Lo stomaco stravolto dagli eccessi di menta a cioccolato. La rabbia per essere finita ancora a consolarmi nella dolcezza artificiale di un po’ di zucchero sulle labbra. Mi detesto. Prendo a pugni la tastiera malconcia e sorrido un po’ del mio gesto cretino. Poi mi lascio sopraffare da questa sensazione amara che mi prende e non c’è altro da aggiungere.
Nessun nuovo messaggio di posta in arrivo. Il telefono non sta suonando. Il silenzio è perfetto intorno. Lancio una matita contro il muro di questo ufficio deserto. Non so se ridere. Se piangere. Se gridare. Nell’incertezza non faccio nessuna di queste cose. Raccolgo la matita e mi rimetto composta al mio posto.
Sorrido smagliante ad un tizio che passa davanti alla porta e che va casa “Buonasera, buona domenica”. Sorride di rimando e poi va via. E io sono solo quella che vede.
Il resto non esiste.

giovedì 14 febbraio 2008

un estate fa

Faccio scendere un caffè lungo. Amaro. Il secondo. Lo accompagno ad un quadretto di fondente 100% al peperoncino (discutibile, ma accettabile). Giovedì pomeriggio.
La settimana si sta consumando ad un ritmo che fatico a sostenere. Sciolgo in bocca il cioccolato amaro e lo annego in un sorso di caffè. (Non che sappia molto di peperoncino in effetti).
Il cielo di questa fredda giornata mi fa pensare ad un mattina particolare, di un’estate fa. Sveglia troppo presto sono scivolata fuori dal letto e, addosso una felpa e un paio di infradito di gomma, sono uscita dalla portafinestra. L’erba umida che sfiorava appena i piedi mentre attraversavo il giardino silenzioso. Il muro umido e freddo disegnato di sottili muschi bianchi e gialli, a strapiombo sull’acqua. Sul mare. Sull’oceano increspato di onde alte che si frangevano con l’elegante violenza delle correnti contro gli scogli. Lo specchio dell’acqua che scomponeva l’azzurro del cielo in un milione di differenti frammenti e colori. Il sole che dipingeva un’alba chiara d’estate. Il vento freddo mi faceva rabbrividire nei miei calzoncini minuscoli e mi scompigliava i capelli. L’orizzonte infinitamente lontano. Infinitamente esteso. E io lì, da sola davanti a quello spazio. Di vento. E mare. E cielo. E silenzio. Ero salita fino sul punto più alto del forte. Per guardare la terra intorno. La distesa di toni di verde e di colline morbide. Da un alto la facciata azzurra e bianca della chiesa e il lento risveglio del porto. Dall’altro la costa che si snodava bassa e frastagliata fin dove potevo allungare lo sguardo. Mi sembrava strano essere lì. Tutta sola al confine del mondo. Mi sembrava bellissimo. Per questo sono tornata dentro, piedi nudi sul parquet, per infilarmi di nuovo tra le coperte e svegliarti. E per portarti fuori. E dividere quel momento perfetto con te. Per poterlo ricordare insieme. Un giorno. Adesso. [è questa è, di fatto, la mia lettera d’amore].
Lancio il bicchierino vuoto del caffè nel cestino. Riapro i libri. Ma ho voglia di scrivere ancora.
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mercoledì 13 febbraio 2008

questo è adesso

Questa notte ho scritto un milione di pagine, parole di stelle e di vento. Questa notte ho vegliato, poi chiuso gli occhi e sognato, e poi di nuovo perso lo sguardo nei buio intorno.
Cammino per strada dentro questa mattina. Mani in tasca. La punta del mio naso [chiuso] fredda e arrossata. L’aria fredda sfiora appena le mie labbra secche. Alzo lo sguardo intorno, ai palazzi, ai fili del tram, agli alberi, al cielo. Sono vento. E scrivo pagine con la penna dei miei pensieri.
Il libraio mi ha regalato un cioccolatino. Ho fatto scendere un espresso lungo dalla macchinetta. Mi sono seduta alla scrivania col bicchierino tenendo la sciarpa al collo. Lunghissima e morbida in un milione di righe. Per ripararmi dal freddo. O per ripararmi e basta.
Questo è oggi.

martedì 12 febbraio 2008

introduzioni noiose e piccoli sogni

Vagamente tranquilla scrivo il paragrafo due. Iniziare dal due può non essere la soluzione più lineare, ma mi permette di saltare i preamboli e le premesse dell’introduzione e venire subito al punto. Ci sono giorni in cui posso scriverne pagine di frasi introduttive ma oggi non ne ho voglia. Oggi ho voglia di andare al punto. Pur non avendo mai amato particolarmente la chimica nel sapore strano di questa giornata mi sembra assuma anch’essa una certa armonia. Il paragrafo 2 dovrebbe spiegare il fondamento chimico del metodo. Forse non sono la persona più competente in assoluto in merito ma, col tempo, ho imparato ad essere competente di tutto un po’ e, si spera, di qualcosa molto (o abbastanza da).
Stacco la spina dalla mia quota di cervello ragionevole e, in conclusione di questa tediosa introduzione che contraddice se stessa, vengo al punto. Lascio un po’ fuggire lo sguardo dai libri e i pensieri dalla rete strette e intricata delle cose da fare. Svolazzo fantasiosa e sorridente intorno al campo di battaglia della mia scrivania. Ho un sogno.
Comincio infatti a sentire il bisbigliare insistente e ipnotico di un desiderio. Di un posto che sia mio. Ha i colori caldi del legno e finestre piene di luce. È mio. Ha un aspetto morbido e confortante, fresco come una brezza estiva e sereno come la luce di questo tramonto. Non che io non stia bene dove sto. Non che io non sappia che un assegno di ricerca non costituisce di per se reddito, che le consulenze sono occasionali e che non mi resta tempo per fare altro. Non che non sappia che per avere quello che desidero io debba passare attraverso la selva intricata dei tassi, dei metriquadri e delle cubature. Lo so. Ma non mi importa adesso. Adesso ho solo immagini, colori, luci e forme. Adesso posso solo sognare. E io è questo che sogno oggi, mentre estraggo dal cilindro il paragrafo 2.
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lunedì 11 febbraio 2008

un cagnetto

Ci sono giorni che hanno addosso il sapore strano dell’insofferenza. Sono insofferente. Insofferente e questa cascata di continue richieste. Pretese sorde e miopi. Imposizioni. Sono insofferente a questa giornata chiusa in una scatola mentre il mondo fuori abbaglia della luce di un tramonto rosso fuoco sui tetti di Milano. Sono insofferente verso chi non vede oltre il suo naso. Sono qui. Non solo un elemento dello sfondo a cui chiedere e da cui prendere. Ma un qualcosa di vivo ed esigente a mia volta. Ma le mie esigenze, come sempre, possono aspettare. La fretta. La mancanza di comunicazione. Quel modo di far finta che le cose non stiano come stanno.
E poi tutti intorno mi sembra che non facciano che chiedere. Che io sia così o cosà. Che faccia questo o quello. Che sia quello che loro vogliono che io sia. Per quanto io possa essere accomodante e paziente il mio scheletro non è fatto di gomma. Sono di carne e di ossa, ossa discretamente sottili che potrebbero anche finire spezzate sotto questo carico distribuito a caso sulle mie spalle.
Delicatezze auspicate ed attese. Mai giunte. Sorrisi appena accennati e subito rimessi in tasca. Mani nascoste dentro le tasche. Occhi sfuggenti di sguardi distanti. Questo è quello che mi rende insofferente.
Non ci vorrebbe poi molto a rovesciarmi la giornata sottosopra. A farmi sorridere. In fondo mi reputo piuttosto elementare in certe cose. Ingenua. Fiduciosa. Orgogliosa neppure a parlarne. Timidamente fedele. Innocente per certi versi, nel mio aspettare una carezza sul muso per promettere fedeltà eterna. Uno stupido cagnetto scodinzolante.
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domenica 10 febbraio 2008

primavera [negli occhi]

Ci sono notti che vengono dopo giorni così. Senza dormire. E poi albe. E una corsa lunga in un parco che promette di sbocciare di nuovo. [Tempo per intravedere immagini]. E poi musica che suona dentro la stanza illuminta dal sole del mattino. I capelli bagnati profumati di shampoo. Io seduta a scrivere con una tazza di te [Tempo per guardare le immagini nei dettagli]. L'inverno sembra sul punto di svanire. E di lasciare al posto ad una primavere nuova. E disfarsi del proprio bozzolo di lana e calore per esporsi al sole di un giorno nuovo è sempre un'esperienza difficile a cui dare inzio. Un divenire al contempo affascinante e doloroso. Una liberazione ed una perdità. Per questa ragione, forse, la primavera che occhieggia languida da tutti i colori del cielo mi lascia un pò timorosa a camminare ancora un pò finito di correre [il suono del picchio e le anatre sulla riva del laghetto, i ciuffi di aglio selvatico che sbucano verde smeraldo dal tappeto di foglie secche ormai senza colore e forma]. La natura sussurra al mio orecchio le sue minacce e le sue promesse. Io me ne lascio struggere e affascinare. E il bozzolo si comincia a rompere, inesorabilmente.

Ma più bello di averti è quando di disegno
niente ha più realtà del sogno...