lunedì 31 dicembre 2007

ci provo e basta (cambio rotta, cambio stile)

un anno che mi si chiude tra le mani. inutile dirlo. mi sconvolge. stringo la tazza con le mie dita nervose e alzo il volume.
duemilasette. è stato un anno non del tutto da buttare. è stato un anno che mi ha fatta crescere. cambiare. se sbircio le promesse che mi sono fatta un anno fa mi fa sorridere scoprire che, anche se solo in parte, le ho un pò mantenute. ho viaggiato tutta sola a destra e a manca, ho lavorato, mi sono lasciata più andare, ho scoperto una serenità nuova, ho sorriso e ho pianto in abbondanza. ma d'altra parte questa sono io. ho fatto la dura. sono stata morbida. ho sbagliato, ho sbagliato una lunghissima serie di volte. qualche volta ho saputo rimediare, qualche volta no. credo di aver amato tanto, anche se non ancora abbastanza per chiudere questo anno completamente felice di me stessa. e mi sono voluta un poco di bene, certo non basta ancora ma quella strada in salita che sembrava ripida e infinita ora sembra farsi più dolce e fa meno paura.
Sospiro. Non voglio pensare troppo al tempo che sta finendo. Diventerei triste, per quel modo in cui sono fatta, di aggrapparmi al ricordo e alla malinconia che si porta dietro. Quindi:
duemilaotto. un anno bisestile. un anno nuovo. che fa paura a guardarlo così, dall'altro. a vedere giorni, come incognite, tutti nuovi, da vivere uno alla volta, con tutto quello che si portano dietro. spero ci sia qualcosa di bello. spero di avere il carattere per affrontare quello che non sarà bello. spero che le persone che sono qui restino vicine. spero di costruire qualcosa. spero che non sarò sola. non mi faccio promesse questa volta. non scrivo la mia lista di buoni propositi. ci provo e basta. ci provo ad essere la persona che desidero.
Non ho nessun programma per questa sera. per quello che mi riguarda il tempo che passa ha il diritto di passare in silenzio, in un addio come un sussurro. Siamo noi che abbiamo bisogno di gridare per provare a farmarlo.

cambio rotta, cambio stile, scopro l'anno bisestile... (1.9.9.6.)

sabato 29 dicembre 2007

Una strana mattina

In casa sola, bevo un te ascoltando Bob Dylan. Una strana mattina di fine dicembre. Semi avvolta nella mia copertina a pecorelle oggi sto abbastanza male. Naso chiuso. Mal di schiena. Una vecchina ante litteram. Guardo le vacanza consumersi piano ma inesorabilmente. Se non sbaglio è già il ventinove dicembre. Resta poco prima di rituffarmi a forza dentro la vita vera. Di colpo mi investono tutti i problemi, le questioni irrisolte, sospese. Respiro. L'unico modo per non sprofondarci dentro è mettere i pensieri in un angolo e ignorarli, ancora per qualche giorno. E vivermi piano. Me. E questi giorni finalmente miei. E poi si vedrà.
Non è un modo di vedere le cose molto mio, io che mi fascio la testa un mese prima di cadere, ma si può sempre cambiare. E se mi fermo a guardarmi negli occhi mi vedo cambiata, spero di non perdere niende per strada. Niente che valga la pena tenere stretto intendo.
Programma. Infilare jeans e scarpe da ginnastica e uscire a fare un giretto (e magari comprare qualcosa da mangiare e regalarmi un te nuovo), così come sono. Mi accordo che con l'avanzare dell'età la necessità (prima imprescindibile) di uscire sempre tutta truccata e elegante è pressochè scomparsa. E uscire di casa struccata e un pò scarmigliata, magari col cappello di lana calato sigli occhi, mi fa setire dannatamente bene. Libera. Liberarmi delle insicurezze e dei condizionamente è uno dei cambiamenti che preferisco.

venerdì 28 dicembre 2007

Qualcosa rimane

Già passato. Nello stesso modo in cui è arrivato questo Natale, se n'è andato. Ma qualcosa è rimasto. Raffreddata e malaticcia, accompagnata da una tazza di te mela&cannella e da un barattolino di vicksvaporub cerco di studiare un pò, ma ho voglia di scrivere.
Natale è passato in sordina, morbido di affetti e casa, malinconico di nostalgia del passato. Soprattutto veloce e silenzioso. Eppure mi ha portato qualcosa di nuovo. Questa sensazione di futuro, di speranza. Che consola le lacrime scroscianti delle mie malinconie e delle mie sensazioni più sorde. Che regala una serenità mai assaggiata prima. Che cancella in un soffio lo smarrimento della solitudine. Non sono sola. E gli ultimi giorni suonano come una promessa, ed è una promessa che mi abbaccia e riscalda. E anche se non è stato il natale di atmosfere e abitudini dei miei ricordi è stato un bel Natale. Qualcosa rimane.

domenica 23 dicembre 2007

scrivermi

Una domenica grigia da morire. Una corsa sotto una pioggia fredda mista a neve e poi un mal di testa che non da tregua. Rannicchiarmi in me stessa come un minuscolo riccio. Gambe incrociate. Pagine fitte della mia scrittura ordinata. Sto studiando. O ci provo almeno. Un te al cacao. Una carota. Quel bisogno di scrivere nelle mani, parole che non riesco a rendere esplicite anche se sono chiare e lucide nella mia testolina. A volte ho così tanto bisogno di scrivermi che non riesco a sentirmi bene finchè non l'ho fatto. Rimango inquieta, nervosa, insoddisfatta. Non riesco a concludere nulla se non finire con l'incartarmi nei miei soliti guai. Scrivere è sempre la cura. Scrivere è la formula magica. Sebbene quello che scrivo non abbia quasi mai ciitadinanza per essere letto. Sono solo parole. Niente di più. Ossigeno per quel che mi riguarda.
Soprattutto adesso, in questo periodo così particolare. Io mi sento sopraffare dalla sensazioni. Malinconia, tenerezza, tristezza, dolcezza, nostalgia, paura, sollievo. Tutte insieme. Un groviglio difficile da esprimere, che mi resta in gola. Per questo non posso fare altro che arrendermi a questo bisogno. Scrivere di questa sensazione strana verso questi giorni sospesi, desiderio che volino via in un soffio e che durino per sempre.

venerdì 21 dicembre 2007

il tempo

Ultimo giorno qui. Metto un pò d'ordine tra le briciole di panettone e i miei fogli sparsi. Mi rannicchio sulla mia sedia. Per terra uno scatolone di fogli, rilegati a spirale, da leggere in questi giorni. Il tempo, ne sono certa, non basterà mai per fare tutto quello che vorrei fare. Ma ci siamo. Qui si chiude. Tra poche ore Natale sarà già passato. Non sono certa di riuscire a rimettermi in pari. Anzi, sono quasi sicura di no. Arriverò incespicante alla mattina di Natale, battuta sul tempo, dal tempo. Mi succede troppo spesso ultimamente, di restare indietro, come se tenere il tempo di ogni cosa mi fosse impossibile. Orchestro gli strumenti come meglio posso ma, invitabilmente, qualcuno resta indietro e qualche nota si perde. Sono stanca, stanca in ognuna delle più minuscole fibre che compongolo il mio corpicetto sghembo. Finisco di riordinare e poi scivolo a casa, sperando che la calda atmosfera della mia stanza mi aiuti a sentirmi un pò più Natalizia. E soprattutto mi conceda di scrivere un pò meglio.

giovedì 20 dicembre 2007

panettone

Nell’aria ancora il profumo di panettone e spumante. Sul tavolo la scatola dei cioccolatini aperta. Anche qui un piccolo segno del Natale, scambiare due parole informali con persone cui normalmente si dice solo buongiorno o con le qualo si parla solo&sempre di lavoro, sovvertendo un po’ la gerarchia insovvertibile delle nostre posizioni. In fondo Natale è anche questo. Guardarsi un po’ negli occhi.
Il pomeriggio scorre fluido, un po’ di lavoro e un po’ di sorrisi e parole, in fondo siamo già in vacanza per metà.
L’angoscia liquida di ieri se ne va piano piano, lasciandomi stordita e stanca ma più leggera. E così, un po’ timidamente, mi incammino anch’io, in punta di piedi, verso Natale, con tutto ciò che questo comporta.
Ho voglia di stare in casa una giornata intera, armata solo di un pò di musica, di tazze profumate di spezie e cacao, libri e fogli di carta. Ho voglia della luce del pomeriggio che entra dalle finestre della mansarda, di un vecchio film e una coperta morbida. Ho voglia di tenerezza e piccole cose, dettagli da portarmi addosso nelle fredde mattine di gennaio che verranno. Ho voglia di vedere qualche sorriso sui visi delle persone che amo, di parole come carezze, di baci sulle guance fredde. Ho voglia di calze colorate per camminare sul parquet della sala, delle luci del mio albero che si accendono a intermittenza (prima le verdi&blu, poi le rosse&gialle), della tazza di te come me la fa mia nonna, del nasco incollato alla finestra mentre guardo la sera scendermi intorno. Ho voglia di tempo per te. Questo è il Natale che desidero. Tutto qui.
E come regalo vorrei guardarmi allo specchio a sentirmi a mio agio con me. Questo è il regalo che vorrei farmi quest’anno. E chiedo a tutte le stelle di questo cielo (e anche quelle di altri cieli volendo) di darmi una mano, perchè si sa che la questione non impossibile ma comunque ardua.
Beh, per ora prendo un meritato pezzetto di panettone (sperando contenga uvette in quantità spropositata) e torno al lavoro, in fondo Natale è ancora lontano e voglio perdermi il sapore dolce dell'attesa.


mercoledì 19 dicembre 2007

una piccola piccola mattina triste

È una bella giornata di cielo limpido sopra Milano. Ma io sono ansiosa e fragile nella mia pelle. In fondo in fondo, dentro i miei occhi, sento muoversi le maree delle mie emozioni, le mie lune in contrapposizione confondono e sbilanciano gli equilibri precari dei flussi dei miei stati d’animo. Mi lascio galleggiare, con gli occhi aperti, rossi per il vento. Ho imparato a sentire arrivare questi momenti, a lasciarli passare, scorrere via. Eppure non nego che sia comunque difficile sentirseli addosso, sentirne sulle labbra il sapore. Trattenere il respiro aspettando che siano già passati oltre.
Non mi piace sentirmi così:
[indifesafragiletristeeimploranteaffetto]. Eppure accade. L’unica cosa che posso fare è cercare di farlo passare, stringere i pugnetti insomma. Farmi un sorrisino coraggioso dentro lo specchio e andare oltre. Tutta da sola. In fondo dovrei ricordami più spesso che non ho bisogno di altro.

martedì 18 dicembre 2007

snocciolatrice di nocciolati

Una tazza di orzo e un microscopico cubetto di cioccolato con le nocciole. Martedì. Tengo le mani nascoste dentro le maniche morbide e lunghe di un maglione viola. Fa sempre troppo freddo qui dentro. Guardo il mio spicchio di inverno fuori dalla finestra. Mi frugo tra i pensieri e sotto la pelle alla ricerca di un po’ di calore, un po’ di pensieri morbidi e profumati di vaniglia che mi spingano dentro questo strano natale. Che si fa pericolosamente vicino. Invece mi perdo di nuovo in dettagli di nessuna importanza, sensi di colpa per colpe fasulle e questioni forvianti. Mi sento come se stessi perdendo di vista (come se non fosse mai accaduto prima) quello è davvero importante.
Lascio perdere. Non ho voglia di addentrarmi in pensieri troppo complicati, densi e pesanti. Rilasso i circuiti e mi lascio andare, mi faccio avvolgere da una spirale di squisite quisquiglie. Tipo come separare il cioccolato dalla nocciole e mangiarle senza che nessuno ne noti l’assenza. Una missione ardua ma non impossibile per un’esperta, come io sono, di sparizioni di uvette&canditi da ignari panettoni (e di mandorle da colombe pasquali, ovvio). Potrei farne una professione. Io che riesco a mangiarne la crosticina del buondì al cioccolato e lasciare il resto. Grattatrice di carte di panettone, rosicchiatrice di croste di grana, sgranocchiatrice di crosticine di polenta sul fondo della pentola, mangiatrice di briciole di biscotto… ed altre amenità. Credo possa esserci qualcosa di non completamente sano in queste passioni culinarie ora che le leggo tutte elencate, cionostante il mio perverso progetto di snocciolare il cioccolato nocciolato resta. Ora mi applico e con ciò do una senso a questo gelido pomeriggio.


lunedì 17 dicembre 2007

presagi

Questa mattina ho preso il treno presto. Stavo rannicchiata sul sedile, guardando oltre il vetro appannato il colore e la luce di mattina d’inverno. Di questa mattina di inverno.
Pensavo ad un fatto. L’altra notte ho sognato api, un alveare brulicante di insetti malvagi e scuri, minacciosi. Ieri mattina mentre correvo mi sono imbattuta in un alveare enorme, a pezzi sul terreno, completamente vuoto, morto. Una strana inquietudine mi è corsa sulla schiena vedendolo lì, per terra, così sterile ma comunque così minaccioso. Un presagio, mi è parso.
Sono notti di sonno frammentato e interrotto, pieno di immagini e fotogrammi intensi e persistenti. Privi di senso. Sfocati nella luce del giorno, impossibili da ricordare per intero. Nel resta solo il sapore vago tra le labbra. E sensazioni impresse sulla pelle.
Mi rendo conto dell’assurdità della questione, ma il mio mondo onirico e così fertile e variegato che a volte non lasciami suggestionare mi sembra un peccato. Trovare un senso rimane ad ogni modo impossibile. Api. Alveare. Non ne vengo fuori.
A questo pensavo questa mattina sul treno invece che rivedere la mia presentazione. La scienza e l’immaginazione a contendersi la mia attenzione. Inutilmente aggiungerei.

domenica 16 dicembre 2007

tranquilla

Ieri sera sono andata a letto sperando che nevicasse. Ma questa domenica si è presentata con una brina sperluccicante sotto un sole basso e rotondo. Sono andata a correre nel parco, col cappello di lana calcato sugli occhi e le scarpe infangate. Un sentiero stretto lungo il fiume. Labbra secche e occhi lucidi per il sole e il freddo. I pensieri mi svolazzavano intorno come farfalle di ghiaccio e foglie secche, leggeri. Mille domande che restano lì, sospese, senza risposta.
Mi sento enorme oggi. Enorme e minuscola allo stesso tempo. Piccola piccola come una lucina del mio albero in miniatura. E comunque troppo ingombrante.
Devo preparare la mia presentazione per domani. Non ci ho ancora pensato. Vorrei anche uscire un pò, camminare per le strade fredde e rosse e chiare di luci, comprarmi un sacchetto di Te di Natale e poi tornare a casa, al caldo, e annegarmi nel profumo dello shampoo e del te, tra le pagine di un libro. E stare così, semplicemente, tranquilla. Prendermi un pò di tempo. Così. Per me. Niente di importante.

sabato 15 dicembre 2007

pomeriggio

mi fa compagnia un tazza di te vaniglia&pera. mi sento più tranquilla. il tempo è rallentanto un pò, ha smussato gli angoli e si è fatto più morbido. un respiro. finalmente lo sento, passi piccoli e silenziosi, natale che si avvicina e mi prende alle spalle. mi faccio carina ed esco per un caffè e un pao di regali. mi copro bene. ovvio. sorrido della banalità dei pensieri. sorrido e basta. forse, finalmente, ci sono. un bacio al vento.

un pò di neve

Svegliarsi presto, quando il sabato è ancora silenzioso. Fuori una neve sottile e incerta. Piccoli fiocchi turbinanti in vento freddo. Freddo come piace a me. E' un peccato essere arrabbiata in una giornata così, ma non posso farne a meno. Detesto che gli alti mettano il becco nelle mie cose. Quelle cose che sono mie, quelle a cui tengo. Devo fidarmi più di me stessa e fare quello che mi sento di fare, senza chidere, senza avere timori e dubbi. Senza lasciarmi sopraffare da quella stramaledetta paura di mostrarmi per quella che sono, prima che gli altri facciano propria una cosa che era mia. Mia soltanto. [Quella a cui tenevo di più per questo stramaledetto natale che non sembra essere neppure l'ombra di un natale come lo sognavo]. Lasciamo perdere. Un peccato sprecare questa neve, questa sensazione morbida di inverno che mi sale lenta sulla punta delle ciglia. Vorrei sciogliermi e lasciami andare piano piano, dimenticare tutte le tensioni e lasciarle alle spalle e. Tutto qui. Fosse facile.

venerdì 14 dicembre 2007

Fino a questo punto

Un barattolo di natale mi servirebbe. Per metterci dentro il dito come fosse marmellata, per portarmi alle labbra il sapore dolce di malinconia e cannella che sa così tanto di. Natale. Mancano una manciata di giorni e io nemmeno me ne ero accorta. Il tempo si accorcia e si dilata facendomi perdere la percezione delle stagioni. Seduta nel mezzo di questo pomeriggio di dicembre mi sento abbastanza stranita. Non posso neppure pensare, figuriamoci credere, che il natale abbia perso per me la sua magia perfetta di luci e notti di neve. Impossibile. Non sarei io. Eppure non sento suono di campanelli, non mi brillano lacrime tremolanti davanti alle piccole luci accese sulle sere di Milano, cammino con gli occhi bassi sull’asfalto e i pensieri altrove. Non posso essere io. Figuriamoci. Io sono uno spiritello del natale, una fatina che saltellando spruzza qua e là la sua polvere magica di dolcezza e malinconia e calore e tenerezza e tutto quanto di più natalizio si possa pensare. Non posso essere così deprimentemente impermeabile a questo tempo che ho sempre amato con tutto il mio cuoricino sbieco. Impossibile. Da stasera aprirò tutti canali, tenderò tutti i miei sensi a cogliere le sensazioni. L’emozione. Non può essere che questo tempo mi passi attraverso senza che io me ne accorga. Non posso essere diventata adulta fino a questo punto.

giovedì 13 dicembre 2007

la mia emozione

Una tramonto infuocato spegne piano il sole perfetto sopra questa giornata. La sera mi scivola addosso come una coperta morbida. Si accendono le luci della strada. Rimango immobile, ad ammirare i dettagli. Come se il momento presente potesse in qualche modo cancellare il resto. E in un certo senso è così. Adesso è tutto quello che c’è.
Mangiavo un pezzetto di cioccolato e pensavo a questo mio modo stentato di esprimere i sentimenti. A quanto è contegnosa e misurata la mia apparenza e a quando invece è smisuratamente emozionale e confuso e intenso e bruciante quello che sono io. Dentro di me dico. Sotto la mia pelle.
Tutte le persone che non ho abbracciato. Tutte le mani che non ho sfiorato. Tutte le lacrime che non ho pianto. Tutte le emozioni che non ho condiviso. Soffocata dalle regole non scritte della mia timidezza. Come se non avessi le parole, come se non avessi un alfabeto per esprimere la mia sensazione, la mia emozione. Che resta in gole e mi soffoca. E, a volte, mi fa sentire sola, come se bruciassi più di quanto riesco a illuminare...


mercoledì 12 dicembre 2007

porterò mio figlio a vedere i treni

Succede. Questa mattina il treno entra a Lambrate lento, dondolando il suo peso sul binario coperto di brina. Resto ancora seduta. Guardo fuori un bambino che sembra un pupazzo dentro il suo cappottino inbottito blu e un cappellino rosso di lana che lascia a stento scoperti gli occhi. Indica il treno a un uomo che è con lui che si abbassa protettivo per starlo a sentire. Sorride insieme divertito e stupito da chissà cosa mentre un mattina di inverno e di sole gli esplode intorno. Il cielo è azzurro perfetto e il marciapiede sperluccica di brina sotto la luce di questo sole freddo.
Sento un calore strano dentro lo stomaco. Un sensazione di conforto. La speranza, i sogni, i desideri, la fiducia, la curiosità, la vità. Tutto. Tutto insieme. Ci sono ancora. Sono ancora qui. Sono ancora mie. Sorrido a me stessa mentre mi alzo in piedi e distratta distolgo lo sguardo. E' per questo che, se mai ne avrò, porterò mio figlio a vedere i treni.

martedì 11 dicembre 2007

UVA

Fuori è buio. Nebbia tra le dita. Ho perso il treno. Resto qui seduta a consumare questa ora sprecata. A scriverne un pò. A dare un senso a tutto questo freddo, tutto questo buio. Accendo la mia lampada UVA. Scalda e ferisce gli occhi. Grido in silenzio. Mi sento sola. Mi sento inquieta e stanca. Mi sento sbagliata. Di nuovo. Questa sensazione irrimediabile di errore. Spengo la lampada. Stacco la sonda. Mi rimetto al lavoro. Che almeno questo tempo serva a qualcosa.

lunedì 10 dicembre 2007

la realtà

Fa freddo in questa stanza. Ho i brividi. Sono qui da qualcosa come dieci ore piene. Gli occhi stanchi di questo lunedì così assoluto, così totale. La realtà mi ha dato uno schiaffo sul viso da lasciare il segno. Il peso accelerato di un treno diretto contro la consistenza tenue della mia pelle. La realtà sa essere dura, amara, dolorosa, triste, ingiusta. La realtà sa essere assoluta. Non c'è appello, scappatoia, rimedio. Non c'è nulla che si possa fare di fronte alla vita che accade. Accade. E non c'è nulla che impedisce anche alla mia di accadere. E mi aggrappo al caldo vacillare della mia piccola felicità stasera. Stretta al quello che ho e al sottile egoismo della sopravvivenza. Amaro. Istintivo. Triste. Fragile.

una domenica

Una domenica grigia e umida di una pioggia sottile. Il portatile aperto sul letto. Scrivo svogliatamente una relazione sui risultati ottenuti in questo secondo anno (sono già due) mentre sulla piccola tv della stanza scorrono le immagini di un film di Lupin che da a questo pomeriggio un tono vagamente più malinconico di quanto già non sia. Sa di stagioni passate. Sa di inverni spensierati e morbidi. Sa di tempo tranquillo e carico di calore. Mi ci immergo senza pensarci troppo e mi lascio prendere dall’improbabile trama del furto di una sfera aliena mentre si scalda sul fuoco l’acqua per una tazza di te verde alla vaniglia. Questo weekend di tre giorni si consuma implacabile, sfiorando i miei occhi con il calore e la luce intensi e fragili di una candela rossa alle spezie. La mia minuscola pianta grassa vestita da babbo natale mi guarda negli occhi coi suoi occhietti di plastica. Sorrido. Non ho voglia di pensare. Non ho voglia di nulla che non sia adesso.

venerdì 7 dicembre 2007

Lentamente

La casa è silenziosa. Il mio piccolo albero di Natale (l'ho fatto stamattina) sperluccica di piccole luci intermittenti. Bevo un te verde pera&vaniglia. Rilasso gembe e schiena dopo la corsa di questa mattina, in un parco solitario e spoglio, in compagnia di The Who. Finalmente ho del tempo da respirare. Lentamente. Mi sembra che l'aria sia densa di profumo d'inverno. Mi sembra di stare bene. Sto bene. Respiro. Aspetto.

giovedì 6 dicembre 2007

Parole

Fuori è buio. Bevo una tisana speziata calda calda e riempio la mia pausa del pomeriggio di queste poche parole scritte. Le pesco dentro al mio stomaco. Contratto e contorto in una smorfa dolceamara. Malinconica vado incontro a questi giorni che arrivano con passi leggeri e silenziosi. Stancamente cerco di tenere in ordine le cose, di non scivolare nel fango freddo della confusione. E guardo la sera fuori e con il mio piccolo cuore gonfio di emozione le chiedo parole. Parole per me. Da ascoltare. Suoni morbidi da mettere in fila e a cui dare un senso. Parole dense. Parole vaghe. Parole leggere, frivole, importanti, cupe, sorridenti, mordide e aspre. Parole da ascoltare. Qualsiasi cosa significhino. Parole che riempiano questo silenzio assordante che mi rimbona in testa. Parole dal suono caldo come un camino, che possano sciogliere la neve delle mie paure. Parole. Ho bisogno di parole. Ora che qui, tutto, è silenzio.

mercoledì 5 dicembre 2007

dicembre

Un sole di inverno proietta le ombre dei rami fogli sulla facciata di fronte. Sto a guardare i riflessi della luce sui vetri, sui canali di rame, sulle tegole umide. Il cielo è di un azzurro freddo e intenso, senza l’ombra di una nuvola. La luce ha già preso le sfumature della sera, anche se il pomeriggio è appena iniziato. È già dicembre. Solo ora me ne accorgo. E di nuovo mi colpisce lo stomaco quella sensazione, quel senso di incongruenza tra me e il tempo che passa. E mi passa attraverso. Lasciandomi indietro. Immobile in questo inverno elettrico e veloce, scivoloso sotto i miei piedi.
Bevo un sorso d’acqua per bagnare le mie labbra oggi straordinariamente secche. E cerco di non pensarci.
Mi chiedo se provino tutto questa disperata e assordante sensazione dello scorrere del tempo. Oppure se sia solo una malsana eco del mio modo sbieco di vedere le cose. A volte sento le mie dita serrarsi attorno le cose, per trattenerle, per viverne ogni più piccolo dettaglio, ma quello che ho tra le mani non diventa altro che sabbia che scivola via. E per qualche ragione raccolgo i pochi granelli che restano chiusi nei mie palmi in barattoli di vetro. Appiccico sui barattoli etichette scritte nella mia calligrafia ordinata e li metto in fila sullo scaffale dei frammenti di tempo che sono riuscita a trattenere, a fare miei.
Non credo che sentire le cose in questo modo sia normale.


domenica 2 dicembre 2007

ali di pipistrello per me a cena stasera, grazie

Una lunga corsa nella nebbiolina fitta di questa mattina. Il suono dei mie passi sul vialetto del parco. Alberi spogli. Cielo bianco. Aria densa, fredda sul viso. Play. Metallo non metallo. Comincio a correre. Non corro troppo in fretta, ma a ritmo costante. I pensieri galleggiano davanti a me, tra la nebbiolina e i rami spogli. L’erba verde ai margini. Non riesco a spiegare come questo riesca a farmi star bene. Tutto a tempo col mio respiro, con i tempi della stagioni, coi miei passi. Corro e basta. E tutto è leggero. E il mio corpo ritrova se stesso quando dopo un’ora mi fermo per camminare un po’. Un leggero dolore al ginocchio destro, come sempre quando corro sull’asfalto. La nebbiolina dirada. Cammino verso casa. E il giorno brucia in fretta come un fiammifero. Ed è già buio fuori mentre scrivo. Ed è già sera. E io me sto in casa, profumata di shampoo e di hennè, divisa tra la morbidezza di questa giornata e l’asprezza del risveglio.

“ali di pipistrello per me a cena stasera, grazie”

venerdì 30 novembre 2007

non passa

sono a casa. sono stanca. quest'inquitudine fluida non mi abbandona. scorre come sangue nelle mie vene. sotto la pelle. non passa.

dentro

Le mani fredde. Piccoli brividi che si arrampicano lungo la schiena. Fa freddo qui dentro. In questo venerdì di sole stanco e alberi spogli. Infilo le mani per metà dentro le maniche. Oggi sono in frantumi. Nel centro della mia interminabile guerra di briciole e biscotti rotti.
Silenziosa. Combattuta dentro i miei occhi e tra i miei pensieri. Faccio un bel respiro e accendo il bollitore. Devo stare tranquilla. Devo continuare a credere che un po’ di serenità mi spetti. Verso l’acqua bollente sulla bustina di te al caramello e un buon profumo si sparge per la stanza. Un piccolo sorso del liquido ambrato e bollente. Appoggio la testa ad una mano. Mi perdo dentro me stessa. Mi sento risucchiare dentro la mia pelle. In quel luogo infinito e minuscolo dove perduta vago cercando. Cercandomi.


mercoledì 28 novembre 2007

incomprensioni

A volte è difficile combinarsi e capirsi. A volte sembra di parlare due lingue differenti. Noi che siamo pelle e respiro alziamo muri così alti, impossibili da scavalcare. E resto qui, sola e immobile, ad aspettare. Ad aspettarti. E mi chiedo come sia possibile mettere queste distanze tra di noi che siamo così vicini. Distanze di km di autostrade bagnate e deserte, buie e silenziose. Come se ci camminassi, tutta sola e senza scarpe, affatto sicura di dove voglio andare. Di dove trovarti. Di dove sarai.
È troppo facile ferirsi attraverso il filo del telefono. È troppo sterile il suono di un cornetta riappesa per portare a qualcosa che dia un frutto. E per quel che posso mi dispiace. E per il resto? Resto in ascolto e sento solo silenzio. Mi sento persa perché non so trovare ragioni e torti, perchè non so trovare il capo e la coda.

…non c’è torto o ragione è il naturale processo di eliminazione…


martedì 27 novembre 2007

sussurrato

natale mi cammina attorno in punta di piedi. natale, che per me è una sensazione, un brivido caldo lungo la schiena. lo stomaco si stringe in un nodo stretto di un'emozione sconosciuta, senza nome, sussurrata appena. piccole luci esorcizzano il buio di una notte che inizia ogni giorno un pò prima. e io ci cammino in mezzo. colpita al cuore.
milano esplode di sfumature calde e affascinanti. la sera è un cielo stellato. e dentro di me una neve silenziosa di emozioni nuove cade soffice sui pensieri. e sono sola. sola con sensazioni che non posso esprimere, spiegare. sola con un mondo interiore che è emozione liquida. non si più arginare. controllare. comprendere.
malinconia. tristezza. calore. serenità. tormento. ansia. paura. tranquillità. tutto insieme. questo è quello che mi scorre sotto la pelle. questo è il mio natale. sussurrato appena in questi ultimi giorni di novembre.

venerdì 23 novembre 2007

Indietro

Fuori la sera è già scesa, di buio e pioggia. La fine di un'altra settimana. Perdo il conto dei giorni e novrembre è quasi finito. Non riesco a capire se è sempre stato così o se il tempo ha improvvisamente accelerato. E come se ci fosse stato un tempo in cui tutto era immobile, tutto era certo, affidabile, confortante. Io ero uguale a me stessa. Poi il tempo ha cominciato a correre più forte, le rughe ad apparire sui visi, i capelli ingrigire, le persone morire e nascere. Fino ad ora, un tempo incerto in cui mi sembra quasi di essere rimansta indietro. Indietro. E fatico anche a stare al passo con il cambiamento di me stessa. Mai uguale a prima.
E mi nasconderò nella morbida tranquillità del finesettimana. Mi nasconderò tra le tue braccia e nella mia casa. E il tempo volerà e prima che me ne renda conto sarà già iniziata una settimana tutta nuova.

giovedì 22 novembre 2007

stancamente

Piove. Piove una pioggia fredda a grigia di novembre. Piove fuori dalla finestra, sul tetto, sulla strada. Piove tra i miei pensieri. Sono stanca. Stanca in ogni centimetro delle mie ossa. Nella caviglie. Nelle gambe. Nella schiena. Nella braccia. Nelle dita delle mani. Stanca di questa sedia scomoda in qualsiasi posizione io mi metta. Dello schermo accesso su un’implacabile pagina bianca. Delle luci al neon. Del suono elettrico della stampante. Stanca di sentirmi così stanca. Dubito sia del tutto normale. Ho voglia di infilarmi in qualcosa di morbido e chiudere gli occhi. Liberare i pensieri e sentire il mio corpo rilassarsi poco a poco. Ricominciare a scorrere. Come pioggia tra le mani. Come vento nei capelli. Non ne posso più. Non sono fatta per stare chiusa in questa scatola. E il pensiero un po’ spaventa. Aspetto che arrivi la sera.

mercoledì 21 novembre 2007

respirare

è il pensiero di te che mi fa respirare starsera. fuori il buio ha già inghiottito questa giornata senza sapore. piove e non ho l'ombrello. ma uscirò di corsa per prendere il treno e arrivare in tempo. a darti un bacio di labbra umide a nasi freddi. e raccontarti quello che mi succedere. e ascoltare la tua voce. e sentire il caldo della tua pelle e la tua consistenza tra le mie braccia. guardarti gli occhi e sorridere davanti ad una birra cruda. allongare le mano per toccarti le dita. per questo. per questo poco tempo che possiamo passare insieme respiro adesso. sei tu che mi fai respirare. e non fa paura coltivare questa dipendenza. non c'è più spazio per la paure. è tutto qui, adesso.
...spirito e corpo disgiunti
poi in un istante congiunti...

martedì 20 novembre 2007

blocco dello scrittore

La pagina davanti ai miei occhi sembra non volersi scrivere. Io che riesco a scrivere pagine e pagine sugli argomenti più impensati questa volta non riesco a trovare lo spunto giusto. Bloccata. Sulla seconda di due pagine che non mi convincono. Appoggio la schiena alla mia poltroncina rossa. Rileggo. Sospiro. Fuori la giornata non è meno grigia di ieri. Io boccheggio. Non sopporto questi momenti in cui non riesco a concludere niente. Non sono io questa che fissa lo schermo, scrive due righe e ne cancella quattro. Devo risolvermi prima di impazzirne. Basta. Faccio un te. Accendo il bollitore elettrico e cerco la bustina del cassetto. Un te speziato cannella e chiodi di garofano. E sia. La tastiera resta muta e le mie dita di stringono a scaldarsi attorno alla tazza. Il profumo è buono. Riempie l’aria. E la stanza sembra diversa. E mi viene voglia di casa, di caldo e di morbido. Di essere altrove. Fisso lo schermo acceso e mi si stringe lo stomaco. La cosa peggiore è che mi sento dire di aver fatto troppo. Lascio stare. Spengo tutto e vado a casa. Ci penso su.

lunedì 19 novembre 2007

una ragazza

Com’è grigia Milano in questo pomeriggio di novembre. La guardo rabbrividire immersa in un cielo di panna, incorniciata dal legno delle mie finestre. Infreddolita e timidamente malinconica cerco invano di concentrare i pensieri sulle pagine che devo scrivere anche se, invariabilmente, volano via. Altrove. E annego senza ritegno nella malinconia speziata dei colori, nella nostalgia appena accennata che chiude lo stomaco. E mi fa galleggiare. E più cerco di restare a terra e fare quello che devo fare, più il vortice delle emozioni mi trascina lontano. È difficile costringersi a fare qualcosa quando Milano sussurra di pomeriggi passati di freddo e di inverno, di te caldi bevuti dietro i vetri appannati di un bar, l’atmosfera calda dei tavoli pesanti di legno scuro e delle luci basse e fuori i tram a sferragliare sulle rotaie nell’aria fredda e umida di novembre. Pomeriggi rubati di promesse e sguardi, di freddo e biscotti, di tempo denso che sembrava potesse finire da un momento all’altro. E invece mi guardo riflessa negli occhi dei miei pensieri, e sento che quel tempo in fondo non è mai finito. E anche qui, chiusa in questa stanza elettrica di doveri e incertezze, di speranze, fiducia e sfiducia, mi sento quella ragazza. Quella ragazza ripiena di sogni e fantasia. Quella ragazza pronta a credere, a vivere senza paura di restarne delusa, di rimanere ferita. Sotto la crosticina di delusione e disillusione infertami dagli anni che sono passati, dal dolore e dalla rabbia vissuti e accumulati senza difesa, sotto, dentro la morbidezza del mio cuore pulsante, mi sento ancora così. Quella ragazza. E penso che quel tempo non sia poi così diverso da questo. Mentre guardo malinconica il cielo oltre i vetri sento ancora quel calore sotto la pelle. Ripenso con una nostalgia morbida a quei pomeriggi di novembre, il passato è un fuoco a cui scaldarsi, ma sento tra le mani l’intensità del presente e la promessa affascinante del futuro.

domenica 18 novembre 2007

un sogno.

una corsa dentro il parco gelato di inverno. una tisana alla frutta. e il sapore di un sogno a cui continuo a pensare. ho sognato di avere un figlio. come se fosse la cosa più naturale del mondo. un frammento, un attimo. la consistenza del suo corpicino tra le mie mani. la naturalezza del contatto. il calore del legame. la domanda che galleggia silenziosa dietro i miei occhi è troppo cruda per avere risposta. troppo definitiva. è angoscia liquida. se c'è stato un momento in cui credevo che non l'avrei mai desiderato, beh, quel momento è passato. il futuro è carico di promesse. e io ancora ci credo. ci credo.

sabato 17 novembre 2007

brucio

vorrei gridare. c'è qualcosa che non va e non so cosa. vorrei piangere. vorrei dormire. mi sento stanca, stanchissima. mi sento sfiduciata mentre cerco di rimettersi insieme e di capire cosa non va. vorrei parlare. forse basterebbe. ma non c'è nessuno a sentirmi. adesso. brucio dentro di un fuoco che non riesco a comprendere. chiudere tutto fuori e chiudermi dentro. capirmi.


venerdì 16 novembre 2007

certezze

scriverne. di giornate che bruciano come fiammeri accesi. nel vento. del tempo che incalza e scalza le mie certezze trabballanti. il sole gira lento nel cielo freddo di novembre. e io resto ferma a guardare. non so che fare. non so che farmene di me oggi. un filo di rabbia mi brucia dentro, ma è la stanchezza ad avere il sopravvento. quell'irrimediabile stanchezza capace di sopraffarmi quando la mancanza di certezze diventa intollerabile. quando ho paura. e vorrei essere forte. e rimango ferma. in attesa.

giovedì 15 novembre 2007

grigio

Mi sento in quel modo strano in cui si sente dopo essere stata male. L’eco di un dolore addormentato e di una stanchezza lieve che pulsa nella ossa e sotto la pelle. La tristezza fragile del ritorno alla realtà. Che questa mattina sembra ostile, nemica. E io mi stringo nel mio maglioncino ferita dalla luce al neon e dal riscaldamento troppo basso. Desidero solo il mio piccolo mondo privato, il mio angolino morbido e caldo. Vorrei piangere e non credo sia esattamente normale. Ci sono momenti in cui mi lascio sopraffare da quello che ho attorno. E mi sento spaventata da questo posto, da queste persone, da queste richieste e da queste pretese. Occhi che mi guardano senza che io abbia l’impressione che vedano veramente me. Me, quella che sono. Mi sento come se fossi qui per errore. Come se l’errore fosse evidente, sotto gli occhi di tutti. Mi sento piccola. Insicura. Il futuro è troppo incerto, una nebbia densa e fredda, e non rappresenta in nessun caso una consolazione o un sostegno. Sono abbastanza spaventata da questa realtà che mi è piombata addosso senza che io avessi alzato le mie, seppur incerte, difese. Fuori la giornata è grigia e densa. Il cielo mi guarda tra i rami spoglie degli alberi. Vorrei lasciarmi inghiottire.


martedì 13 novembre 2007

il vento

il vento ha spogliato del tutto i miei alberi. e me. è ancora presto, l'ufficio silenzioso fatto salvo il suono meccanico della fotocopiatrice. seduta al mio posto vorrei fermare il tempo e prolungare questo istante di sospesa tranquillità. resto dell'umore di ieri. incerta. combattuta tra il desiderio di credere in qualcosa che sia io e l'abitudine all'autodistruzione. sorrido. perchè in fondo sorridere di me non è mai stato un problema. sorridere della mia pericolosa tendenza a fare a pezzi le cose per poterle capire. a farmi a pezzi per leggermi dentro.
mi chiedo se le cose sarebbero diverse se io mi fossi data un valore diverso da zero. se io non avessi fatto a pezzi il mio riflesso e messo in croce ogni più piccolo difetto. mi chiedo dove sarei ora. mi chiedo se amo davvero il punto esatto in cui trovo. mi chiedo se e come posso e voglio cambiare. ecc. ecc. ecc. sono nel centro di una tempesta di domande destabilizzanti e complicate. e la cosa stupefacente è che mi piace. mi piace un sacco.
come il vento freddo che mi scompiglia i capelli. e soffia via la polvere dai pensieri e mi fa venire voglia di essere una persona nuova.

lunedì 12 novembre 2007

entrarmi dentro

Mi sento strana. Lo specchio riflette la mia immagine con i capelli un po’ più corti. Mediamente incasinati. Gli occhi un po’ rossi e lucidi per via del vento. Mi faccio un sorriso un po’ obliquo. Sorrido a me stessa in una specie di timido incoraggiamento. Mi sento strana, dentro giorni strani.
Il ritorno è sempre un momento vago, incerto. Il vento scompiglia i pensieri e mi sento un po’ timida dentro la mia pelle. Incerta.
Amarmi un po’. Questo chiedevo a me stessa, prima che la marea del tempo e degli eventi incalzasse e mi travolgesse, portandomi senza nemmeno rendermene conto alla metà di novembre. Ora che, almeno un attimo, il tempo sembra dilatarsi alla sua normale direzione mi ritrovo a pensare di nuovo a me stessa e mi chiedo se qualcosa sia cambiato. Non lo so. Non credo di amarmi più di prima, la mia guerra con me stessa non concede tregua. Ma per lo meno ho iniziato a guardarmi dentro. In fondo. Dove c’è poca luce e le risposte si perdono nell’eco delle mie domande. E lì trovo cose che non pensavo neppure di avere. E forse il problema non è più tanto che io fatichi ad amarmi comunque ma che io ne abbia scordato la ragione. Forse non sono nata per amare me stessa ma a questo punto non ha più neppure senso farmi del male. Galleggio sospesa per un attimo. E questo cosa significa, che posso forse accettarmi così come sono? Non desiderare sempre e comunque di essere altra da me? Si, forse posso. Forse posso.
È un pensiero strano per me da comprendere. Rimango un po’ incerta mentre i miei occhi arrossati scrutano e si scrutano. Ho paura di non essere abbastanza forte per andare fino in fondo e mostrarmi a me stessa per quella che sono. Nuda e cruda. Sono stanca di combattermi. E se deponessi le armi?

lunedì 5 novembre 2007

per partire

L’albero fuori dalla mia finestra ha perso quasi tutte le foglie. Rimangono solo macchie disperse giallo e senape. La luce entra dalla finestra senza più filtri, bianca e grigia di un giorno d’autunno, di un cielo denso e pesante come zucchero filato. Consumo la giornata un po’ sospesa, tra il lavoro da finire e la valigia da chiudere. La voglia di chiudermi in me stessa e la voglia, uguale e contraria, di dimostrarmi di sapermela cavare tutto sommato, di essere indipendente. Indipendente dal mio stesso modo di essere, emancipata dalla mia natura insicura e umorale, libera. Solo la parola, libera, mi fa sorridere. Mordo un po’ il polsino del mio maglione (gesto identico nei secoli) e lascio sfumare i pensieri nella luce del pomeriggio. Galleggiare sopra le ansie e le piccole preoccupazioni. Svolazzare senza peso sopra la mia testa. E sono pronta. Per partire.

domenica pomeriggio

Una tazza di orzo scalda le mani. E le labbra. Fuori dalla finestra una domenica di novembre calda di sole e cielo azzurro. Sto seduta sul letto. A gambe incrociate davanti al portatile acceso. Perdo lo sguardo fuori dai vetri, anche se è ancora presto la luce brucia già dei colori del tramonto. Torno a me stessa sola dentro la stanza. Sola. La solitudine morbida e malinconica della luce del pomeriggio che riempie l’aria e si riflette nello specchio. Il tempo si dilata e rallenta. Vorrei che questo momento potesse non finire mai. La valigia aperta è ancora vuota e mi da una sensazione di nodo allo stomaco. Mi sento quasi come se dovessi mettere in scena il travestimento di me stessa. Diventare un’altra, quella che devo essere. Cambiare il mio viso, i miei vestiti e con i dettagli il mio modo di essere. Mettere da parte il mio strano mondo emozionale per essere quella creatura razionale che devo essere. Mi stampo sulle labbra un sorriso di quieta efficienza, faccio la valigia e i biglietti per partire. E tornare. Eppure una parte di me resta su quel divano, sotto un copertina rossa a guardare Stand by me e annusare il tuo odore. Sono certa di essere io quella. Sul fatto di essere anche quella che salirà sul treno domani ho qualche dubbio. Sola.

domenica 4 novembre 2007

sogni

La notte si affola di incubi. Immagini angoscianti. Frammenti incollati insieme secondo una logica assurda che lascia sulle labbra il sapore amaro dell'incapacità di comprendere. Di dare un senso. Accendo la luce e mi siedo sul letto. Stropiccio gli occhi. Lentamente la realtà prende il sopravvento e la sensazione di angoscia sbiadisce. La notte fuori è ancora scura. Spengo la luce e torno a letto. Ma di dormire non ho più voglia. Vorrei arrivasse il conforto della luce del giorno. Da un lato. Vorrei che questa notte potesse durare ancora a lungo. Dall'altro.

venerdì 2 novembre 2007

nè il giorno nè l'ora

a casa. rannicchiata sulla mia sedia bevo un te rovente alla vaniglia. e sto con me. un libro. una sciarpa di lana. la perfetta combinazione di noi due. ieri. la perfetta incertezza di me stessa. oggi. sottovoce. in punta di piedi. in controluce. io. ho addosso questa sensazione che non so spiegare. un specie di brivido in fondo alla schiena. un'inquietudine senza spiegazione. l'assurdo timore che la mia sensazione possa in qualche modo concretizzarsi. ma non sono una strega. me lo dico e me lo ripeto. devo smetterla di lasciarmi sopraffare dalle sensazioni, dai presentimenti. troppa banana yoshimoto nel mio cervello per non dedicare alla sensazione che ho adesso, addosso, almeno un pensiero.
ho imparato che la tranquillità delle vita è precaria. temporanea. che basta un attimo per cambiare tutto. che le abitudini, per quanto confortanti, hanno i minuti contati. niente è per sempre. e questo mi lascia inquieta. allerta. poichè non so nè il giorno nè l'ora.
un altro sorso di te caldo sulle mie labbra. non poso permetterlo. non posso lasciarmi sopraffare dalla paura di vivere, perchè non sarebbe più vivere. eppure di nuovo un brivido in fondo alla schiena.

mercoledì 31 ottobre 2007

Pensieri al vento

Bevo un te alla vaniglia sperando mi tolga di dosso questa nausea dolciastra. Cerco di ridare un ordine ai ritagli del mio tempo, come sempre scombinati dell’incalzare degli eventi. E io persa e dispersa in quel mio assurdo e disperato bisogno di rimettere tutto a posto. Questo mio strano approccio al tempo in una sorta di sindrome dei pensieri senza riposo. La verità suona come sconcertante alle mio orecchie. La mia voce negli ultimi tempi si fa pericolosamente sincera nella mia testa. E ora mi vedo per quella che sono, nuda. È la verità è che ho paura. Paura di sbagliare, di ferirmi, di scivolare ancora dentro il labirinto di tutti i mie sbagli. Respiro. Respiro di nuovo. Un’occhiata fuori all’autunno che brucia di colori e di un sole stanco. Quel senso di vertigine. L’unico modo di mettermi alla prova a provare. L’unico modo per cambiare è chiudere gli occhi e lasciarmi andare. Posso farmi prendere dal panico, quel panico puro che suona sordo e vuoto, segna significato. Oppure posso riordinare i ritagli del mio tempo e dargli una nuova forma che sia mia. E lo faccio. Perché quattro giorni di vacanza non possono terrorizzarmi. Non ha senso. Metto cerotti sulle ferite. Legna a bruciare nel piccolo fuoco tra le mie mani. Nastro adesivo per tenere insieme i pezzi. Tutto quello che so fare. Farò. E mostrerò disinvoltura agli specchi pur sentendomi dentro mordere da questa paura. Di me stessa. Cionostante. Mi lascio andare.

martedì 30 ottobre 2007

un biscotto nuovo



Un mal di testa record che perdura da settantadue ore mi ha confuso e schiarito i pensieri in una progressione di stati accelerata e devastante. Ora sono come immobile di fronte al dato di fatto che le foglie del mio albero sono diventate, simultaneamente ed istantaneamente, gialle. Immobile davanti al perfetto spettacolo dell’autunno che esplode, finalmente. Il mal di testa lascia lentamente il posto alla sua persistente eco. E i pensieri mi sfarfallano intorno con un fruscio di ali da far girare la testa.
Le immagini dei giorni scorsi sono impresse in seppia nella memoria. Frammenti di sorrisi e lacrime, occhi e labbra, birra amara a piccoli sorsi e braccia morbide tra cui sciogliere ogni dolore. Io come un groviglio di corde tese e spine e filo di ferro. Mille inquietudini ad affollare i miei nervi carichi di elettricità di scintille a lampi. Domande, problemi, pretese, richieste, desideri, doveri, rimorso, perdono, dolore, rabbia, gioia, timore, coraggio, costanza, pazienza, frustrazione, stanchezza. Mal di testa. Une tempesta dentro una tazza sbeccata. La mia. E frammenti che vengono a galla confusi. Lacrime e parole che si rincorrono combinandosi a caso fino a sfinirsi. E poi tu. Come vento. Come pioggia. Come marea. A riempire ogni piccolo angolo. Ad annegare ogni più piccolo spazio di morbido vento e acqua fresca. La calma. Il silenzio. L’equilibrio. La serenità. Tutto quello che mi manca. Tutto quello che perdo come si perde un biscotto in una tazza in tempesta. E più cerchi di acchiapparlo con il cucchiaio più la tempesta aumenta e più il biscotto si inzuppa e si fa in mille inutili pezzi, fino a svanire sfatto, sciolto. E tu sei la mano fatata che mi mette tra le mani un biscotto asciutto e perfetto e mi da la chance di provare di nuovo.
Per questo. E per molto ancora. Grazie.












venerdì 26 ottobre 2007

il futuro anteriore

Cammino inquieta tra le pareti di questa stanza che mi appare come straordinariamente bianca. Accecante. Cammino stando seduta. Cammino sulle pareti e sul soffitto. Cammino fino ad appoggiare la punta del naso sul vetro e a guardare fuori, Milano accarezzata dalla mano leggera di una pioggia d’autunno. Venerdì. Mi ritrovo sempre più spesso a pensare al futuro, come se il mio campo visivo fosse diventato di colpo più ampio e più luminoso. Come se i miei desideri prendessero forma davanti ai miei occhi senza nessuno sforzo. Come se tutto fosse lì, a portata della mia mano. Eppure lontanissimo. Il futuro è un brivido lungo la schiena. Una vertigine che fa girare la testa. Con la sua incertezza. Con i sui dettagli scolpiti nel ghiaccio e tracciati col dito sulla sabbia del mare. Un attimo chiari. E poi svaniti. E il presente è un freddo venerdì di pioggia e di stanchezza. Mentre fuori il cielo sfuma verso i colori scuri della sera riporto i miei pensieri all’immediato futuro di un finesettimana morbido e caldo come cioccolata. Eppure il futuro prossimo non è più sufficiente. Non basta.


giovedì 25 ottobre 2007

una sciarpa a righe

Annego in un te verde pera e vaniglia questa giornata grigia di freddo e di pioggia. Il mio profilo si riflette dentro la tazza e i miei pensieri galleggiano nel vapore profumato. Confusa. Ma confusa in un modo leggero. Ebbra dei miei pensieri di una malinconica pienezza. Un silenzio euforico di labbra e occhi sfiorati dal vento. Conto i minuti. Per mettere la mia sciarpa a righe colorate e la giacca blu. Mettermi nelle orecchie una musica lenta e acustica e scivolare fuori. Tra le gocce di pioggia sottili e le pozzanghere. E camminare. Camminare. Coi pensieri che galleggiano in alto. Vento. Pioggia. Aria. Ecco quello che voglio. Adesso.

mercoledì 24 ottobre 2007

tutta mia

Piove. Piove su Milano una pioggia sottile d’autunno. Una tazza rovente al cacao e cannella tra le mani mentre mi perdo nella luce sintetica e abbagliante del portatile acceso. Ho troppo da fare. E i pensieri pericolosamente si perdono nelle gocce fredde e grigie fuori dai vetri. Sto tornando leggera. Lo sento sulla pelle. Sulla punta delle dita. Anche se troppe cose mi trattengono ancora ancorata al suolo sento il corpo farsi aria e galleggiare. Soffio nel vento freddo di questa giornate. Soffio come gocce di pioggia gelata. Sorrisi e lacrime. Parole taciute o sussurrate appena. Silenzio. Tutta mia.








martedì 23 ottobre 2007

libera come la luna

Ci sono momenti in cui sono io la mia nemica peggiore. Armata di rabbia autodistruttiva faccio scempio di me stessa fino a ridurmi a quel gomitolo isterico e lacrimoso che tanto detesto. Quando vedo in quegli enormi occhi riflessi il dolore che so infliggermi è troppo tardi per tornare indietro. Ma non è troppo tardi per cambiare [di questo sono certa]. E se mettere un cerotto sulle ferite di questa mattina non è sufficiente a farmi stare meglio, di certo lo sarà non arrendermi a questa giornata obliqua.
Ho pensato spesso che avere una manciata di briciole di tempo per ascoltare un po’ la mia voce potrebbe aiutarmi a ritrovarmi. Perdersi è facile. Anche troppo. Ritrovarsi è un labirinto di siepi e di rovi e l’unica guida il suono dei miei pensieri.
Il mio guaio. Quel modo che ho di accumulare tutto dentro lo stomaco: ansia, rabbia, amarezza, gioia, dolore, desiderio, frustrazione, incomprensione, forza, fragilità, lacrime e stanchezza. Quel modo di non reagire, di aggiustare, di accomodare e di mandare giù. Per il desiderio di essere come mi vogliono, per il desiderio di fare tutti contenti chiudendomi attorno una rete di fili e funi e sbarre. Impedendomi in sostanza di essere libera. Libera nel dettagli, nelle piccole cose. Ma sono le piccole cose che danno al vivere quel suo certo sapore. E io voglio sentirmi libera. E quella libertà mi manca come ossigeno. E così accumulo, accumulo nodi e spine di sentimenti negativi e repressi che poi esplodono silenziosi facendomi implodere su me stessa come un castello di carte e fiammiferi in una giornata di vento. Fino a ridurmi al gomitolo lacrimoso e fragile che tanto detesto [e di cui sopra].
Ma la libertà non è un regalo. Non è un attitudine. Non è carattere. Non è dovuta o garantita. La libertà si cerca, di persegue e si insegue. E magari si trova. Io voglio essere libera. Io voglio provare. E non trovarmi più a guardare i miei occhi riflessi e vederci dentro quella tristezza senza fondo e senza rimedio. Non voglio che succeda più. Libera. Libera come la luna.

lunedì 22 ottobre 2007

tonight tonight

Avevo quasi deciso di andare a casa presto stasera. Invece eccomi, prigioniera alla mia scrivania. Tra le labbra il sapore di mezzo duplo [da quanto tempo non mangiavo un duplo?] mangiato sulle scale salendo, che è stato pranzo e merenda. Non mi illudo certo che il cioccolato mi faccia bene ma di certo fa bene al mio tetro umore di fanciulletta imprigionata nella più alta torre del castello. La luce fuori sfuma lenta verso la sera. Filtra il tramonto nelle maglie delle foglie degli alberi e accarezza leggero la mie dita sottili sui tasti. Atmosfera romantica a calda fuori che si scontra con ronzio elettrico delle luci al neon e delle scrivanie bianche sullo sfondo nero screziato del pavimento. Voglio uscire. In fretta. Adesso.
E invece resto. Ancora mezzora. Mi rannicchio sulla sedia in una posizione improbabile. Appoggio il mento sulla mano e guardo lo schermo che ferisce la vista col suo bianco accecante. Non so se sia il vento che scompiglia i pensieri o forse solo gli anni che cominciano a far sentire il loro peso leggero sulle mie ciglia ma mi ritrovo a domandarmi cosa farne di me. Perdo lo sguardo in un punto vago a sfocato e mi chiedo come voglio essere. Voglio essere molte cose. Voglio essere molte cose che ancora non sono. Eppure stasera. Stasera sento di poter diventare la persona che desidero. Magia d’autunno. Forse. Ebbrezza della sera che scende infuocata e fredda. Forse. Possibilità vera. Certezza. Forse.
Mi sento fresca e sferzante come il vento che soffia stasera. Mi sento calda e morbida come questo tramonto. Mi sento come una musica di campanelli e ruscelli di fate e gnomi. Mi sento leggera e sorridente dentro la sera. Stasera tutto mi sembra possibile.


...the impossibile is possible tonight...





Autumn&Me

Scrivere di me. Le dita fredde di questi giorni di ottobre sfiorano appena la tastiera. Troppo da dire. E labbra aride di parole che siano efficaci abbastanza. I pensieri danzano confusi davanti ai miei occhi e sbattono contro i vetri chiusi della finestra. Fuori il cielo sopra Milano di fa bianco e denso di nuvole. Lo chiamano autunno. Ma per me è soprattutto una nuova stagione. E il vento freddo che fa correre un brivido sulla mia pelle non è che la promessa sferzante di una libertà nuova. Da conquistare. Da tenere, finalmente, tra le mani.
Ci sono giorni che sono l'inizio di qualcosa. Ci sono giorni che sono la fine di qualcosa. E oggi finisce qualcosa e inzia qualcosa di nuovo. Perchè lo desidero. Lo desidero più di ogni cosa.
E mentre l'autunno mi riempie gli occhi coi suoi colori e mi sfiora le labbra col suo vento freddo io sento il sapore di qualcosa di nuovo. E cerco la pazienza. La pazienza di rassenerare i miei pensieri, di tenerli in equilibrio. Dita agili e pazienti a dare forma ai chicchi di riso di un ongiri.