C'era neve fuori dai finestrini del treno. Un te tiepido e amaro. Un pacchettino di bucaneve. Una cibalgina fast. Due. Le pagine di Milano di Repubblica. Quattro chiacchere tese. E poi via via meno tese.
E ho pensato a te. Ci ho pensato come se d'improvviso mi mancasse l'aria. Come se il treno non toccasse più i binari. Come se si rovesciasse il cielo. E mi è parso che se non fossimo arrivati fino a qui insieme nulla avrebbe senso. E mi è parso che sei dentro ogni cosa. In questa mattina gelida. In questo viaggio. In questa musica. Ciò che è mio è tuo.
Arrabbiarmi con te da morire e poi, a metà, scoppiare a ridere. Sfuggire il mio personaggio. Non restare fedele al copione neppure fino alla fine della discussione, neppure per cinque minuti interi. Un delusione. Una liberazione.
Una giornata lunga e lenta. Poi finalmente scende la sera lungo i binari del treno. La sera che ha le sfumatura del rosa e del blu. La sera che ha l'aspetto delle cravatte allentate dei pendolari. La sera che, se guardo verso nord, ha i tuoi occhi.
E l'ho detto perchè suona da dio.
Mi sarebbe piaciuto cantare. Temo non mi sia riuscito. Potrebbe forse venirmi meglio se non mi verognassi così tanto. E mi fa ridere che sorridi mentre esaspero il mio stridere cantando a memoria i testi più assurdi. In macchina. Mentre dici di smetterla. Ma ridi.
(Amo questa canzone. Una vertigine pensando che il futuro è già passato)
Ho freddo. Perduta nell'inverno di questa mattina. Perduta e basta. Dentro un numero di cose troppo grande. In cose troppo grandi. Ci provo.
Questa mattina non riuscivo a dormire. La mia sveglia biologica non sente ragioni e non conosce vacanza.
Pensavo.
Che è stato bello partire. Che è bello poterti raccontare le mie promesse per il nuovo anno senza vergognarmene. Che è bello ridere di me. Di noi. E sorriderne. E mangiarti un pezzo di pizza. E aprire la finestra per fotografare l'alba mentre tu dormi.
Pensavo.
A come è naturale. E a come è complicato e difficile da ottenere. Il futuro dico. E avremo anche quello. Vorrei che per una volta fosse facile. Vorrei che i pianeti fossero allineati. Vorrei le premesse. E le promesse.
Guardavo i miei occhi riflessi nello specchio mentre lavavo i denti. Lo specchio. Il mio dentro e il mio fuori. Le cose che contano. Quella che fanno male. Le battaglie e le guerre. Perse e vinte. Combattute. Le ferite e le paure.
Credo che nulla sia facile. Nulla che conti qualcosa almeno. Mi lascio sommergere da tutte queste cose. Mi conforta sapere che non sono sola. E mi piacere poterne ridere. Di me.
E se alle fine riusciremo a credere nelle nostre promesse...
Il 24. Il treno delle 14.42. Un te troppo caldo tra le mani. E certi pensieri.
Il sollievo. Di avere due giorni interi dutante i quali non dovermi difendere. Poter abbassare la guardia. Dormire. Sognare forse. Camminare. E forse domenica nevicherà. Sono stanca. Stanca sfinita. delle guerre, delle armi. Delle ferite. Di fingere. E d'altro ancora.
La malinconia di questo natale che forse fa un pò male. Ricordare quando a natale ero contentissima. Quando non c'erano ombre. Ombre che sono salite poco a poco. E ora sono l'assenza.
Ma poi. La dolcezza. La fragilità e l'orgologlio. La solitudine. La forza. L'amore. L'amore. E le luci di natale.