Piove sui marciapiedi e sui binari del tram. Piove sulle mie occhiaie e sulla minuscola cosa di cavallo che ho fatto stamattina. Piove sulla Milano occupata e sulla milano arancione.
Ed io, per la cronaca, credo ancora nella Milano arancione. Credo nelle istituzioni e nelle persone che abbiamo voluto ad impiegare queste istituzioni per praticare un cambiamento. Ancora credo che sapranno praticarlo, il cambiamento.
Ma, confesso, non è a questo cambiamento che penso mentre rientro a casa. Ma ad un cambiamento più personale, banale, egoista: il mio [sempre sia mai avvenuto. sempre io l'abbia mai praticato].
Il cambiamento che produce il tempo sui nostri visi e tra i nostri capelli.
Il cambiamento che produce la vita dentro la nostra persona, tra i nostri legami, dentro i nostri pensieri.
Venti anni fa sarei potuta diventare molte porsone diverse. Dieci anni fa avevo in effetti già preso un consistente numero di decisioni, già imboccato un buon numero di deviazioni e già tagliato un certo numero di legami [Non senza dolore].
Ed oggi? Oggi quante delle persone che avrei potuto essere sono perdute? Quante me ne restano?
Nasciamo e siamo vita in potenza. Milioni di persone in potenza. Nasciamo e possiamo essere chiunque.
Giorno dopo giorno uccidiamo le persone che avremmo potuto essere. Una per una. Uccidiamo noi stessi per portare a compimento la nostra vita. Per compiere una sola di quel milione di esistenze che avevamo in tasca quel giorno in cui siamo nati.
Siamo nati come infinite vite e possiamo viverne solo una. Ed è questo che nelle notti di vento non ci fa dormire.
Ci baciavamo davanti alla stazione Garibaldi.
Nelle lunghe attese di treni in ritardo. Di treni persi.
I libri di analisi appoggiati a terra, tra i piedi. Le mani in tasca.
Milano era grigia e indifferente sullo sfondo. Pennellate di colori caldi come per caso, come per sbaglio.
Ho chiuso gli occhi un attimo, solo il tempo di baciarti le labbra.
Li ho riaperti. E non eravamo più lì. Ma altrove.
E' bastato un attimo. Le gru hanno sollevato piani come fossero fatti di cartone. E il futuro ha preso l'aspetto di km di vetro e acciaio. Un attimo. E non eravamo più lì, a baciarci davanti alla stazione.
Il futuro non ha colore, il futuro ha solo il colore riflesso. Rubato.
Ah, il futuro!
E non è infantile stupore. E non è piacere estetico per le linee lunghe e flessuose. Sebbene non ne sia indifferente. Sebbene mi lasci fascinare.
Ma è troppo. E' disagio di fronte al troppo.
Troppi palazzi. Troppo affollati. Troppo uguali. Troppi piani. Troppo vetro. Troppo riflesso. Troppo spazio sottratto alla vista. Troppo cielo resegato. Troppo pieno.
Disagio perchè non risco ad immaginare questo orizzonte in divenire prendere vita. I lavori corrono. I piani salgono. Ma continua a sembrarmi tutto deserto.
Inutile. Senza vita.
Il sole e il vento. L'azzurro e il vento. Il vento ed io che ci cammino in mezzo.
I raggi UV e l'ozono ci ucciderano. Ma non sarà poi così male.
Se l'è portato via il vento il mio tempo. I minuti. Le ore.
Bruciati. Le linee di fumo svanite nell'azzurro, altissimo.
Dove mi trovo? Verso quale dove sto camminando? Se sto cammiando. Oppure è il suolo che si muove sotto ai miei piedi.
E il vento si porterà via pian piano i colori e la sera. E non lascerà che buio e stelle. E allora, forse, potrò dormire. E allora, forse, potrò respirare.
Perchè sono le distanze degli astri che danno la giusta misura. Gli anni luce, non i centrimetri delle nostre gabbie anguste, sovraffollate ed indifferenti. Indifferenti. Le gabbie della banalità oscena e prepotente delle quisquiglie che rubano tempo e spazio. E stringono le pareti. Stringono.
Alzare lo sguardo verso il cielo più alto ed oltre.
Per dare ad ogni cosa la giusta dimensione.
Per non affogare nel fango ciò che è fatto di stelle e infinito.
Perchè quella è la materia che ci tiene insieme.
Ed è di quella materia che nascondo un pugno nelle tasche. Perchè nessuno mi possa rubare l'idea, la dimensione, il tempo. O il respiro. Con qualche scusa, con un pretesto banale. Prepotente. Osceno. Perchè nessuno possa farmi credere che dentro una scatola sia il mio posto, quanto il mio tetto è il cielo.
è a questo che mi fa pensare il vento. (oltre che al mal di testa)
Dove finisce la sera. Dove le ore del giorno scivolano dentro lo scarico della doccia. Acqua e sapone. Lavare via il trucco. Legare i capelli con un elastico. Indossare canottiera e calzonici ed aspettarti leggendo un libro. Ascoltando una canzone che mi piace. Guardando un assurdo documentario su rai5.
Dove finisce la sera. Dentro le lenzuola che sanno di ammorbidente. Incontrare i tuoi piedi. Dimenticare tutto. Dimenticare il resto. Fosse solo per cose ore.
Le troppe persone che sono. Senza mai sentirmi a casa. Senza mai sentirmi una sola cosa. I vestiti appoggiati alla sedia. Abbinati i colori. Abbinati al domani che sarà domani. La prima sveglia. La seconda sveglia. Puntate e pronte a far fuoco. Dove finisce la sera, tra le lenzuola, nel buio e nel silenzio. Dove finisce io voglio finire, stasera.