martedì 10 giugno 2008

innocente evasione

Un pomeriggio di giugno. Un vociare indistinto dalla finestra aperta. Suoni. Risate. Il rumore del traffico. L’aria entra come una brezza lieve e mi sfiora appena le spalle e poi vola via, di nuovo. Non fa ancora caldo nonostante manchino pochi giorni ormai all’estate. Le palpebre pesanti per una notte senza riposo. La scrivania invasa da una moltitudine di carte imploranti la mia attenzione. Il laboratorio da pulire. Persone da chiamare. Un milione di cose iniziate da finire. È una sensazione strana, il tenere in equilibrio così tante cose, come un giocoliere dilettante con una manciata di arance. È una sensazione ansiosa. Un mal di testa. Dalla quale mi concedo una fuga piccola piccola, un’evasione innocente.
Sono giorni strani questi, intensi e brevi come istanti, che mi implorano di essere scritti. E le parole mi si formano in testa e sbattono le ali come farfalle imprigionate in una scatola di vetro. E io non ho tempo e non ho spazio per lasciarle uscire. Le notti seguono i giorni e nuove albe annegano in pomeriggi troppo brevi prima che io possa rendermene conto. Rincorro un po’ di pace dentro il flusso turbolento del tempo. Rincorro sguardi e mani e pelle e voci. Afferro istanti, immagini, sfumature, frammenti, odori, suoni e ciascuno dei minuscoli dettagli di questa danza di sensazioni che mi danza intorno. Fotogrammi densi e intensi che colpiscono al cuore senza che la ragione riesca neppure a metterli a fuoco. Non c’è ragione. E cammino sola, un passo alla volta. E cerco me stessa nei percorsi complicati delle nuvole. A volte mi trovo. A volte mi ritrovo negli occhi di qualcuno, che mi guarda con occhi che sanno vedere meglio dei miei. A volte mi perdo. Ma perdersi non è sempre un male. Quando ci si sa ritrovare. E io, bene o male, mi ritrovo sempre. Seguendo quel minuscolo filo dorato dentro il labirinto, le tracce di briciole di biscotto che lascia chi si perde ma vuole farsi trovare.
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...in tutto questo sei il mio nord magnetico...

venerdì 6 giugno 2008

ricordati baudelaire...

Scivolo via da questo venerdì. Ho voglia di scrivere. Ho tanto da scrivere. Ho tanto da vivere. Passerà. O la farò passare.
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E’ necessario vivere

Bisogna scrivere

All’infinito tendere...

B.
(in effetti cito ciò che mi suona in testa, e cioè la canzone, dove B. sta per Baustelle...)

giovedì 5 giugno 2008

sull'acqua

Come un tappo di sughero. Che galleggia sull’acqua di una pozzanghera. Come una ninfea sfiorita. Senza nessun movimento. Eppure si muove. Si lascia trasportare. Dal vento. Dalle correnti. Minuscole se le osservi dall’alto. Tempeste se ci galleggi in mezzo. Galleggio. Col viso rivolto in alto. Al cielo di Milano che si apre in uno squarcio di sole. E mi abbaglia di giugno di sole e di estate. Ma è solo un attimo. Di nuovo l’ombra mi attraversa il viso. E resto ancora, immobile, a galleggiare. Con gli occhi. Poi aperti. Poi chiusi di nuovo. L’unica cosa di me che ancora si muove. Del resto mi voglio scordare.
I mie pensieri densi nell’altalena del flutti, a cercare un modo, un mantra, una formula magica. Che mi renda capace di tirarmi fuori da questa pozza d’acqua piovana in cui sono caduta. I miei pensieri densi, ma allo stesso tempo incapaci di resistere a questa inarrestabile deriva. Galleggio. E se chiudo gli occhi è perché ho un po’ di paura. Galleggio. E se apro gli occhi è perchè ho un po’ di coraggio.
E intanto rimango. In attesa. (Ad occhi chiusi).
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mercoledì 4 giugno 2008

Che cosa mi salverà stavolta?

Forse sarà la musica che mi suona intorno, dentro le mie orecchie con il volume alzato. Forse sarà il vento della sera, che accarezza queste mie spalle nude. Forse saranno la parole scritte fitte su un quadernetto blu, con quella calligrafia che ha perso la frivolezza tondeggiante dei tempi della scuola. Forse saranno i passi sull'asfalto, dentro l'ipnotico mantra del camminare. Forse sarà la sensazione un attimo prima di addormentarsi. Forse sarà il sapore dell'acqua. Forse sarà il pensiero di nuovi giorni. Forse sarà l'azurro del cielo, se mai tornerà a farsi vivo sopra la mia testa. Forse sarò io e basta. Spero solo sia presto.
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martedì 27 maggio 2008

Tre botti. E lo spettacolo è finito.

Ci si può sentire sfumate dentro una mattina di maggio, quasi trasparenti nella delicatezza del colore che scivola dall’intenso al lieve. Notti brevi come sospiri e giorni che si inseguono senza tregua. E maggio sta già scivolando via. Trattenerlo fa le dita non è possibile. Fa solo male. Quindi lo lascio andare. E resto a guardare. La vita che avevo che si allontana. L’acqua del fiume del tempo che scioglie i colori, li sfuma e li rende lievi, appena percettibili allo sguardo. Ma restano intensi nella mia memoria, anche se la luce del giorno li confonde e li frammenta.

Il cielo è buio sopra le nostre teste. Una sera di maggio che minaccia pioggia. Le luci colorate dei fuochi che incendiano la sera e i miei pensieri. I malinconici suoni che il vento porta immutabili attraverso gli anni. La sensazione che sia un fuoco che si sta per spegnere. Mi stringo più forte. Un abbraccio che mi sostiene nella sensazione di non poter far nulla. Di dover lasciar andare quello che deve. Andare. E accettare l’inevitabile è una prova dolorosa. Tutte le cose finiscono. Nulla è per sempre. Eppure lo prometterei, a te, per sempre, lì sotto quella pioggia di cenere. Tu sai cosa. Per quel poco che per sempre vuol dire. Per noi che siamo solo fuochi nella notte. Un bagliore. Un attimo. E poi il buio. Ma sufficiente da lasciare impressa la propria immagine sulla pellicola. Per sempre.

Tre botti. E lo spettacolo è finito.
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