giovedì 2 ottobre 2008

scrivere sui vetri


Anche questa sera sono rimasta sola. In sottofondo i frusci elettrici dei pc lasciati accesi, delle luci acriliche, del fax. Fuori scende la sera, grigia e umida di autunno. Io la guardo da dietro il vetro chiuso, con le guance rosse come accade dopo una riunione troppo lunga. Con le mani fredde, con le dita sottili che sfiorano il vetro disegnando cerchi e cuori immaginari.

Sono davvero confusa. Confusa, nervosa, agitata. Non so cosa darei per ritrovare un pò di calma, un pò di pace. Non so cosa mi spinga a buttare nella rete i miei pensieri aggrovigliati stasera. Forse la speranza che una volta tirati fuori da me possano trovare spazio e luce per districarsi, per sciogliere i nodi. O, per lo meno, per trovare un pò pace.
Non so nemmeno da cosa o da dove potrei cominciare. Forse dalla mia pancia. La lancetta perversa del malessere. Io ho un serio problema di comunicazione con la mia pancia, siamo due ragazze costrette e vivere in un unico corpo. Si sa come sono le ragazze, un solo palcoscenico è piccolo per due prime donne. Siamo in guerra. E a volte abbiamo giocato sporco persino. Sia io, che lei.
Che poi la pancia è una bella scusa. Nei momenti come ora. E ce ne sono nella vita di momenti così, ma raramente così confusi. Una bella scusa su cui concentrare l'attenzione, le forze e i desideri. Nei momenti come ora dico, quando il resto appare inaffrontabile e totalmente fuori controllo. Posso odiare la mia pancia nella specchio. E pensare che dominandola riprenderei il controllo. E mi sento infinitamente triste perchè so che sono bugie. Assurdità. Perchè non posso finire col crederci di nuovo. E l'eventualità mi fa paura. Ed è paura che si aggiunge a tutta la serie infinita di timori e paure che mi piove addosso. Pioggia.
E sto qui a disegnare cerchi invisbili sui vetri perchè lo so. Che il controllo non esiste. E che forse a volte bisogna lasciarsi semplicemente andare alla deriva per ritrovare la rotta.
E mi sento un pò sola e un pò solitaria in questa sera silenziosa ed elettrica. E tocco la mia pancina e in fondo so che mia. Che siamo la stessa cosa. Che devo volerle bene. Che devo volermi bene. Volermi bene. Vado a casa.
...
(mi imbarazza. rilggere. ma ammettere le proprie debolezze è già qualcosa. anche se sono solo parole invisibili su un vetro)

martedì 30 settembre 2008

Shh

Silenzio intorno. Tutti se ne sono già andati. Verso l'acqua calda su un busta di ribes nero, ginseng e vaniglia per affogarci una cibaglinafast. Apro i libri e mi metto a studiare. Dentro l'aria surreale di questa sera autunnale di tramonto sfumato di neon e riflessi, dentro la calma assoluta che mi scivola addosso. Dentro il confrorto dell'immediato che distoglie la mia attenzione dal prossimo. Credo che se chiudessi gli occhi farei sogni bellissimi. O forse, per una volta, non sognerei affatto.

...
...se fossi musica sarei tori amos.

lunedì 29 settembre 2008

Tuning

Vorrei non scrivere niente oggi. Vorrei che di questa me non restasse traccia. Non so se sia il desiderio di celarmi agli sguardi o se sia il timore di guardarmi troppo a lungo negli occhi. Ci sono persone che finiscono sempre col sentirsi sbagliate. Io sono una di quella persone. Soprattutto io sono una di quelle persone oggi. Se avessi una gomma mi metterei a cancellare i miei contorni, a rimpicciolirmi, a farmi sparire. Un atteggiamento infantile che mi da sui nervi. Nervosa. Inquieta. In un percorso circolare che si annoda su se stesso per poi tornare sempre lì. Sbagliata.

Un’immagine a colori. Io. Io so perfettamente di essere a colori. Ma di colpo è come se tutti i colori svanissero, tranne uno. Cioè. Io resto sempre a colori, è la mia vista che lavora in scala di grigi. Segue un attimo di smarrimento in cui mi chiedo dove diavolo siano finiti i miei colori. E poi annego senza ritegno nella marea grigia che si porta dietro questa sensazione. Sbagliata. Come se in effetti fossi sempre stata grigia. E questo è il punto in cui mi trovo. Adesso. In negativo.

Delle due l’una. Posso andare alla deriva. E non ci sarebbe nulla di nuovo visto che questo è un mare dove mi sono spinta molto e molto al largo. Oppure. Posso mettermi a lavorare sulla manopola del tuning. E cercare i colori. E cercare di risintonizzarmi sui mie canali. Oggi.

Navigo piuttosto smarrita in cerca di una buona frequenza, una frequenza libera su cui trasmettermi in 256 colori (almeno). Ci mancava questo. Oggi.

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mercoledì 24 settembre 2008

dopotutto

Il vento delicato di questo giorno d’autunno mi fruga tra i pensieri. Comincia ad essere fresco. Ma non è ancora freddo. Il cielo chiaro ha ancora una punta di colore d’estate. La verità è che questa stagione ha dentro di se qualcosa al tempo struggente e delizioso. Che non mi lascia indifferente. E mi fa sentire inquieta. Incline ad emozionarmi e, spesso, emozionata. Mi piace sentire le mani fredde, fredde non gelate, e sfiorami la pelle con la punta delle dita. Mi piace mescolare i vestiti leggeri a quelli pesanti. Mi piace affogare dentro l’onda dell’autunno che incalza, delle sere sempre più corte, delle albe sempre più lente, con quella consapevolezza arresa di non poter fare altro che lasciarmi andare. Sono una ragazza da mezza stagione insomma.

Oggi sto studiando e studiare in genere mi aiuta a rimettere un po’ d’ordine. A sentirmi più serena o per lo meno più tranquilla. Sarò strana. Ma il cervello impegnato a imparare si sente a suo agio come un maratoneta ben allenato sui ventuno della mezza. Una calma temporanea, ma il cui effetto benefico sui miei nervi elettrici non è affatto trascurabile. Qualche giorno a studiare fa meglio di uno zoloft. Delle volte.

Il silenzio di questa stanza. La luce calda che entra dalla finestra questo pomeriggio. Il sapore del te dentro la mia tazza rossa. La calma impropria e senza senso che mi è calata addosso e intorno. Tutta ha già un sapore un po’ malinconico e lontano. Ne sentirò la mancanza, di questo momento e di altri ancora. Dopotutto.

lunedì 22 settembre 2008

ventinove

Dietro le persiane chiuse l'alba saliva lenta. Lenta come sanno essere le albe di settembre, incerte tra la morbidezza autunnale delle nuvole e i bagliori dell’estremo giorno d’estate. Guardavo la luce cambiare a poco a poco, sperando che il giorno potesse tardare ancora un po’. Alla fine la luce ha avuto la meglio e il cielo si è tinto dei colori disperata della fine dell’estate, sebbene il sole sia tiepido e il blu del cielo carico di malinconia.

Questo l’inizio. Di un giorno che si consuma lento come l’alba che lo ha visto nascere e come sarà la sera che lo porterà verso una nuova stagione. Astronomica. Ma non solo.

Porto addosso una stanchezza dolciastra solo in parte dovuta alle troppe albe accumulate dentro i miei occhi. Una giornata nervosa con cui fare la guerra. Lacrime fiorate. Reazioni smorzate ed inefficaci. Rimproveri. Arrendevoli giustificazioni. Desideri confusi. E sopra tutto, doppiamente insopportabile, la consapevolezza che confusione ed incertezza non porteranno altro che altra confusione ed altra incertezza e, probabilmente, ad una nuova disfatta. Ma in giorni così, si sa, si può finire schiacciati dal peso insostenibile della propria incertezza. E per un attimo metto tutto da parte e provo a guardare le cose le cose da un altro punto di vista.

Ho imparato a farlo. A mettere le cose da parte e lasciarmi sopraffare dalla stanchezza al punto da sentirmi quasi serena. Non ho mai imparato a guardare le cose da altrove. Probabilmente la fase più dolorosa è il divenire. Come nascere. Come cambiare pelle. Probabilmente dico, perché non posso saperlo per certo. Ma può darsi che quando guarderò a me oggi riderò persino. La cosa non mi fa star meglio.

Sono le piccole cose, come sempre, a tenere in piedi il castello di carte. A farmi stare meglio. A farmi stare bene. I dettagli. I momenti. Le combinazioni di luce e colori, suoni, calore, profumi. Ogni cosa. Ogni più piccola cosa. Di me. Di noi. Del resto. Di tutto ciò che mi sta attorno. E dentro. E fuori. E negli occhi e nelle mani. La fortuna di essere capace di farmi sopraffare, di lasciarmi andare a questa tempesta sensoriale. L’estate che muta in autunno, il cielo, la terra e io.

E so. So che devo mettere le cose in ordine. So che devo chiarirmi le idee. So che devo affrontare le cose. Tutte. Una alla volta. Ma adesso, francamente, non mi importa di niente. La sera che mi scende addosso. Il vento che mi fa rabbrividire dentro abiti troppo leggeri. Non sento altro.

Nel frattempo ho compiuto ventinove anni. Francamente ventinove mi sembra un bellissimo numero.