lunedì 19 novembre 2007

una ragazza

Com’è grigia Milano in questo pomeriggio di novembre. La guardo rabbrividire immersa in un cielo di panna, incorniciata dal legno delle mie finestre. Infreddolita e timidamente malinconica cerco invano di concentrare i pensieri sulle pagine che devo scrivere anche se, invariabilmente, volano via. Altrove. E annego senza ritegno nella malinconia speziata dei colori, nella nostalgia appena accennata che chiude lo stomaco. E mi fa galleggiare. E più cerco di restare a terra e fare quello che devo fare, più il vortice delle emozioni mi trascina lontano. È difficile costringersi a fare qualcosa quando Milano sussurra di pomeriggi passati di freddo e di inverno, di te caldi bevuti dietro i vetri appannati di un bar, l’atmosfera calda dei tavoli pesanti di legno scuro e delle luci basse e fuori i tram a sferragliare sulle rotaie nell’aria fredda e umida di novembre. Pomeriggi rubati di promesse e sguardi, di freddo e biscotti, di tempo denso che sembrava potesse finire da un momento all’altro. E invece mi guardo riflessa negli occhi dei miei pensieri, e sento che quel tempo in fondo non è mai finito. E anche qui, chiusa in questa stanza elettrica di doveri e incertezze, di speranze, fiducia e sfiducia, mi sento quella ragazza. Quella ragazza ripiena di sogni e fantasia. Quella ragazza pronta a credere, a vivere senza paura di restarne delusa, di rimanere ferita. Sotto la crosticina di delusione e disillusione infertami dagli anni che sono passati, dal dolore e dalla rabbia vissuti e accumulati senza difesa, sotto, dentro la morbidezza del mio cuore pulsante, mi sento ancora così. Quella ragazza. E penso che quel tempo non sia poi così diverso da questo. Mentre guardo malinconica il cielo oltre i vetri sento ancora quel calore sotto la pelle. Ripenso con una nostalgia morbida a quei pomeriggi di novembre, il passato è un fuoco a cui scaldarsi, ma sento tra le mani l’intensità del presente e la promessa affascinante del futuro.

domenica 18 novembre 2007

un sogno.

una corsa dentro il parco gelato di inverno. una tisana alla frutta. e il sapore di un sogno a cui continuo a pensare. ho sognato di avere un figlio. come se fosse la cosa più naturale del mondo. un frammento, un attimo. la consistenza del suo corpicino tra le mie mani. la naturalezza del contatto. il calore del legame. la domanda che galleggia silenziosa dietro i miei occhi è troppo cruda per avere risposta. troppo definitiva. è angoscia liquida. se c'è stato un momento in cui credevo che non l'avrei mai desiderato, beh, quel momento è passato. il futuro è carico di promesse. e io ancora ci credo. ci credo.

sabato 17 novembre 2007

brucio

vorrei gridare. c'è qualcosa che non va e non so cosa. vorrei piangere. vorrei dormire. mi sento stanca, stanchissima. mi sento sfiduciata mentre cerco di rimettersi insieme e di capire cosa non va. vorrei parlare. forse basterebbe. ma non c'è nessuno a sentirmi. adesso. brucio dentro di un fuoco che non riesco a comprendere. chiudere tutto fuori e chiudermi dentro. capirmi.


venerdì 16 novembre 2007

certezze

scriverne. di giornate che bruciano come fiammeri accesi. nel vento. del tempo che incalza e scalza le mie certezze trabballanti. il sole gira lento nel cielo freddo di novembre. e io resto ferma a guardare. non so che fare. non so che farmene di me oggi. un filo di rabbia mi brucia dentro, ma è la stanchezza ad avere il sopravvento. quell'irrimediabile stanchezza capace di sopraffarmi quando la mancanza di certezze diventa intollerabile. quando ho paura. e vorrei essere forte. e rimango ferma. in attesa.

giovedì 15 novembre 2007

grigio

Mi sento in quel modo strano in cui si sente dopo essere stata male. L’eco di un dolore addormentato e di una stanchezza lieve che pulsa nella ossa e sotto la pelle. La tristezza fragile del ritorno alla realtà. Che questa mattina sembra ostile, nemica. E io mi stringo nel mio maglioncino ferita dalla luce al neon e dal riscaldamento troppo basso. Desidero solo il mio piccolo mondo privato, il mio angolino morbido e caldo. Vorrei piangere e non credo sia esattamente normale. Ci sono momenti in cui mi lascio sopraffare da quello che ho attorno. E mi sento spaventata da questo posto, da queste persone, da queste richieste e da queste pretese. Occhi che mi guardano senza che io abbia l’impressione che vedano veramente me. Me, quella che sono. Mi sento come se fossi qui per errore. Come se l’errore fosse evidente, sotto gli occhi di tutti. Mi sento piccola. Insicura. Il futuro è troppo incerto, una nebbia densa e fredda, e non rappresenta in nessun caso una consolazione o un sostegno. Sono abbastanza spaventata da questa realtà che mi è piombata addosso senza che io avessi alzato le mie, seppur incerte, difese. Fuori la giornata è grigia e densa. Il cielo mi guarda tra i rami spoglie degli alberi. Vorrei lasciarmi inghiottire.