Ho ventinove anni. Ventitre dei quali passati sui libri. Gli ultimi dieci in università. Gli ultimi cinque per specializzarmi dopo la laurea. Gli ultimi tre nella ricerca. Non sono la migliore ma mi do da fare. Sono flessibile, mi entusiasmo facilmente, amo le cose nuove, le sfide, mettermi alla prova. Trovo che questa sia la mia giusta dimensione. Tuttavia in tempi come i nostri la parola ricerca suona come qualcosa di proibito, irragiungibile. Così ora mi approccio al mondo del lavoro. E in relazione a questo credo di aver passato i giorni peggior della mia vita. Ho ricevuto una proposta di quelle che 'non si possono rifiutare' e alla fine ho rifiutato. Ho deciso di prendere un pò di tempo. Per cercare, riflettere, venirne a capo. Di prendermi il rischio di rifiutare un lavoro, seppur sottopagato e deprimente. Questo mi ha causato nottate di mal di stomaco e giornate di mal di testa ed irritazioni cutanee. Decidere non è mai facile. Soprattuto per chi come me trova difficile valutare se stesso e stabilire il proprio prezzo. A quanto posso vendere i miei sogni e i miei desideri? Stavolta non era abbastanza. Rifiuto, ed è una decisione difficile. Fa pura scegliere il nulla e l'incertezza. Fa paura dire di no, rischiare di pentirsi, non cercare neppure un tiepido compromesso. Fa paura non avere la minima idea di cosa ne sarà di me.
giovedì 12 febbraio 2009
martedì 10 febbraio 2009
domenica 8 febbraio 2009
Fastidio
Ultimamente sono insofferente. Fortemente insofferente a molte cose così come sono. Infastidita. E' come se cose che prima sopportavo tranquillamente o semplicettavemente accettavo come fossero la normalità ora siano diventate fastidiose, se non intollerabili. Non posso certo esaurire la questione in questo post, ma vedere venire alla luce punti di vista nuovi, nuovi modi di vedere e di pensare è una sensazione che merita forse qualche riga.
Trovo insopportabile ad esempio la superficialità di certi rapporti, certe idee di amicizia, di tempo da passare insieme, l'idea stessa di insieme, di conoscersi. Non riesco più ad adattarmi a svolgere una vita, diciamo così, sociale come sembra essere normale fare. Le questioni sono due: sto invecchiando o semplicemente ho iniziato ad assecondare più le mie naturali inclinazioni.
Dico un sacco di no, lo ammetto. Sono sempre meno le persone con cui mi fa davvero piacere passare del tempo. Sono una stronza. Per anni, per un'adolescenza intera e oltre, ho vissuto come un dovere certe serate, un certo senso del gruppo, vestiti, locali, e il resto. Per anni mi sono adattata al contesto e non mi è mai piaciuto. Un grande spreco di tempo. Non sopporto di infilarmi tra le coperte tornata a casa tardi, spegnere la luce e sentire di avere sprecato il mio tempo. Come se di tempo ce ne fosse in eccesso. E così evito, e così faccio ciò che mi fa star bene. Assecondo quella che sono io.
Senza sentirmi particolarmente in colpa per il declinare inviti di circostanza di presunti amici che in realtà sono illustri sconosciuti. Senza timore che essere come sono possa essere sbagliato. Senza timore di essere una stronza per il desiderare di essere sommersa dalla banalità di certi contesti, di quel senso comune di accettare la banalità come l'unico modo possibile o, peggio, come indispensabile.
Credo che conoscere gente, idee, modi pensare sia una ricchezza. Penso anche se qualcosa ti toglie il fiato tu debba capire che non fa per te.
Un'altra cosa che questa mattina in particolare trovo insopportabile sono i gruppi di facebook. Tutti pronti a condividere passioni, ideali, idee per le frazioni di secondo necessarie a fare click, per poi dimenticarsene completamente. Non è che voglio farne un discorso generale, ma la vuotezza di questo modo di concepire la comunanza di idee mi nausea. Va beh, era solo una cosa a cui pensavo.
Forse è solo l'inizio della mia trasmutazione in acida zitella quasi trentenne. O anche no.
giovedì 5 febbraio 2009
casa (ieri)
Una nuotata lunghissima e silenziosa, la strada del ritorno bianca di neve e nebbia. Pasta e verdure, caffè. Avevo dimenticato di come fosse la giornata in questa stanza. Alzo il volume. Eddie Vedder. Metto qualche goccia di arancia amara nel bruciatore. Cerco di scrivere la stramaledetta tesi. Mi sento leggera. Stranamente. Nonostante tutto. Nonostante il momento sia così complicato e io mi senta così, miodio, fragile. Fragile mentre cammino sul bordo della scogliera. È c’è vento e tempesta ed il mare che si infrange sugli scogli dividendo le onde in una moltitudine di spruzzi bianchi. Scivolare, cadere. È un attimo. Cammino con le braccia allargate per non perdere l’equilibrio, piedi nudi sulla roccia viscida. L’acqua che sferza il viso. E quello che penso, quello che penso sotto l’apparenza di fragile creatura in balia degli elementi, è che c’è qualcosa di maledettamente bello in me, nel momento, nell’esserci. Qui. Ora. Se vuoi una cosa nella vita allunga la mano e prendila.
martedì 3 febbraio 2009
desideri
Lieve. Un brivido mi corre lungo la schiena, fino alla nuca. È una fredda giornata d’inverno. Un cielo bianco di neve appena passata. Un tempo pieno di cose da fare, di preoccupazioni ed impegni. Muovo la bustina di te verde ai mirtilli, il secondo da questa mattina, dentro l’acqua bollente. Provo, per un attimo, a mettere da parte il mio esercito di piccole angosce. Provo, per un attimo, a stabilire una tregua. La stanchezza e il silenzio. L’inverno.
Negli ultimi giorni mi ritrovo a non avere più neppure il coraggio di desiderare. I desideri hanno quella capacità perversa di trasformarsi inevitabilmente in delusioni. I desideri fanno male. Non sono certa di sapere ciò che voglio. Forse se potessi capirmi con certezza allora avrei ancora il coraggio di lasciarmi andare, di desiderare. Ma mi sembra così difficile arrivare a me stessa. A ciò che c’è sotto ai condizionamenti, alle aspettative, alle pressioni, al conformismo, agli affetti, ai doveri e al resto. Forse ormai è tardi per cercare sotto la superficie, forse è meglio lasciar perdere. Eppure credo che una vita diversa sia possibile, meno obbligata, meno soffocante, meno conformista. Non una vita estrema. Ma una vita libera. Libera nelle cose quotidiane, libera nei dettagli e nell’insieme. Nella libertà avrei il coraggio di credere. Eppure mi sento paralizzata e confusa.
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