venerdì 24 dicembre 2010

ero contentissima

Il 24. Il treno delle 14.42. Un te troppo caldo tra le mani. E certi pensieri.
Il sollievo. Di avere due giorni interi dutante i quali non dovermi difendere. Poter abbassare la guardia. Dormire. Sognare forse. Camminare. E forse domenica nevicherà. Sono stanca. Stanca sfinita. delle guerre, delle armi. Delle ferite. Di fingere. E d'altro ancora.
La malinconia di questo natale che forse fa un pò male. Ricordare quando a natale ero contentissima. Quando non c'erano ombre. Ombre che sono salite poco a poco. E ora sono l'assenza.
Ma poi. La dolcezza. La fragilità e l'orgologlio. La solitudine. La forza. L'amore. L'amore. E le luci di natale.
Vi amo tutti.

giovedì 16 dicembre 2010

Le parole (1)

Come [mi sento].
Confusa [pensieri che si affollano dentro i miei occhi. premono. gridano.]
Smarrita [non c'è strada abbastanza lunga da camminare, oggi, che mi porti dove vorrei andare]
In colpa [sempre, per un milione di ragioni e per nessuna]
Stanca [perchè non è così che mi vorrei sentire. di nuovo. vorrei solo sentirmi come ci si sente quanto si è sul punto di dormire]
Sola [soprattutto e più di tutto. perchè non c'è verso di condividere questo modo in cui mi sento. non c'è voce - e non certo la mia - che possa dire come (mi sento), ma se una parola può renderne il senso è questa. sola]
Questo messaggio si autodistruggerà. Perchè sono insofferente a questo stato e mi disturba il soffermarmici al punto da spendere una manciata di righe. La sera è fredda ed è buia. Mi ispira. Mi cura e mi fa male da morire. Un silenzio che non risponde.
A volte basta riuscire a prendere sonno. A volte.

Nel bianco

Milano è bianca. Bianca di freddo e di inverno. Viene freddo anche solo a guardarla da questa vetrate infinite. A guardare gli alberi spogli e gli sbuffi di nuvole che salgono dal canale. Viene freddo anche solo a pensare alla sera che scende, alla strada da fare.
Sono innamorata. Di queste giornate ostili, riscaldate solo dalle luci di Natale e dal cappello di lana calcato sulla testa, con buona pace della pettinatura. Sono innamorata di quella sensazione che sale piano e riempie gli occhi e le mani. Dicembre.
Dicembre è il mese del buio e delle lucine intermittenti. Del gelo e del calore. Del silenzio e della musica. L’amo. Senza pietà.
Il giorno avvolto nella luce bianca. Che smorza i colori. La sera buia e improvvisa, fredda e breve. Un nido caldo dove tornare. L’idea del Natale. Il calore e il gelo del ricordo. Delle cose smarrite. Delle cose trovate. L’idea del passato e del futuro. L’uvetta del panettone.
Non riesco a esprimere la sensazione di dicembre. Ma ce l’ho addosso. Come il freddo del vento. Come il calore delle braccia. E ho la scusa per fermarmi. A guardare.
Malinconia a cucchiate da un barattolo enorme tra le mani. Senza bisogno di inventare scuse o trovare giustificazioni. Senza vergogna mi volto a guardare. Rileggo le mie pagine e delle volte mi sembra quasi di capirci qualcosa. Delle volte mi sembra quasi di comprendermi. Forse è inutile ma in fondo mi piace e basta. Il futuro è troppo bianco da guardare oggi. Oggi voglio solo ricordare.
Dicembre. Nostalgia a morsi.

venerdì 10 dicembre 2010

can you hear me?

Mi sono sentita di nuovo in quel modo. Ho reagito di nuovo in quel modo. Quel modo. Quel modo che era il mio. Di quella che ero io. Ero di nuovo io. Quella. Io.
Cerco i miei occhi dentro lo specchio [ground control di majour tom]. Ci sono ancora. Nonostate quella sensazione di sfinimento. Come andare in pezzi. Come frantumarsi. [yout circuit's dead, there's something wrong]. Mi frugo nell'iride in cerca di risposte ma da un pò ho messo di ascoltare [can you hear me major tom?]. Di ascoltarmi [can you hear me?]. E forse non dovrebbe sorprendermi sentirmi di nuovo in quel modo.
A capo.
Oggi. Un certo vento che pulisce il cielo. Che lascia sbirciare sopra. Più in alto. Tra i pianeti e le galassie. In pieno giorno. In pieno azzurro. Io che mi sento in colpa. In parte a ragione. In parte per chissà qualche ragione primordiale. Genetica. Seduta su una panchina gelida in attesa di un treno soppresso. Alle prese con il confine tra l'equilibrio e il controllo. Ascoltanto un paio di vecchie canzoni. Scarabocchiando una quadernetto nero.
Appunto. Oggi sono stata in quel modo. Oggi. Chi mi ama mi potrà comprendere. Mi capirà. Vorrei frugarmi lo sguardo e i pensieri. Vorrei comprendermi anch'io. Un pò. [can you hear me?]

martedì 7 dicembre 2010

A me

Lo spazio di una giornata. Un tempo bianco, freddo e breve. Penso a me. Per una volta. E' strano come non andare di fretta e guardarsi intorno. perchè qualcosa da guardare c'è. Comunque.
A guardare il dolore da lontano è come se fosse roba d'altri. E forse ci si può concedere anche un pò di tenerezza. Forse. E se non ci si può perdonare o ci si può concedere una riduzione di pena. O qualcosa del genere. Alzo un immaginario bicchiere nella nebbia. A me.

venerdì 19 novembre 2010

e forse è anche per me che...

Conto sempre fino a 10. A 20 per non sbattere la porta. A 30 per non vomitare.
La luna è piena. E' venerdì. E non ci devo pensare. Me ne devo fregare. O forse no. Ci penso in coda al banco del supermercato. (1 etto di cotto). Ci ripenso mentre pago alla cassa. (ha la tessera?). Ci penso ancora sul marciapiede bagnato. (mano in tasca e cappello di lama). Penso e ripenso. Sotto la doccia (schiuma agli agrumi). Davanti al padellino sul fuoco (riso giallo scaldato).
Non credevo che. Io no. Rabbia. La vite è davvero come la dipingono. La gente è davvero come la dipingono. I mondo è davvero come lo dipingono. Miodiono. Io no.

venerdì 12 novembre 2010

Dolce novembre

Autunno. E tornare a scrivere. A scriverne. Banalmente sopraffatta dai colori che cambiano. Incerta se desiderare o rimpiangere. Io provo ancora a desiderare.
Ho addosso un'immagine. Mia nonna con un cappotto grigio con il collo di pelliccia. Le mani fredde e bellissime di mia madre che mi sistemano i capelli. Una cornice di alberi rossi e gialli. Un pomeriggio di novembre. Castagne. Cielo. Aria fredda.
Un'immagine. Un perfetto fotogramma d'autunno. Ed è, come l'autunno, al contempo consolazione e dolore.
L'autunno è il tempo che si consuma, le foglie che spogliano gli alberi e li lasciano nudi nella neve e il gelo. Foglie che cadono a terra e diventano fango e poi la pioggia che le lava via e non resta nulla.
Solo le impronte dei miei passi. Forse la speranza che si possa tornare a fiorire di nuovo. La speranza appunto, che come tale non ha addosso nessuna certezza se non quella che posso incollarci con queste stupide mani.
E' solo l'autunno, mi dico. L'effetto dei tramonti preoci, dell'incendio dei colori, della piccola falce di luna, del sapore della nebbia. E' troppa emozione. Troppa da gestire in un corpo inadeguato che non la sa esprimere. Può solo accumularla e scioglierla d'un tratto in questa sensazione di puro terrore.


venerdì 3 settembre 2010

ConFusione

Amo quando arriva il venerdì. Quando settembre è ancora dolce. Dolce settembre. E feroce. Mi chiedo cosa si vero e cosa no. Mi chiudo la porta alle spalle, tolgo le scarpe, sciolgo i capelli. E' venerdì.
Sono delusa. C'è chi mi ha delusa, chi mi ha mostrato quando le persone possano essere peggiori, quanto ci sia di peggio che io posso solo immaginare. Sono una dannata ingenua. Un'illusa.
Io ci provo. Ci provo ad agire per il meglio. Ad essere una brava bambina, che ora vuol dire essere matura e coerente. Ci provo. Riuscirci è un'altra cosa, visto che sembro essere affetta da una fragilità evidente negli ultimi tempi.
Odio quella parola. La detesto. Ma mi chiedo se non sia meglio accetare di essere, anche, fragile. Tra le varie cose. Un attributo tra tanti. Esseri sincera e dare un nome ai miei limiti, ed accettarli.
Non saprei.

domenica 29 agosto 2010

Maledetta domenica

Il sapore di questa domenica sera non lo sentivo da tempo. E non mi mancava.
Nascondo le mani nelle maniche della maglia e conto i fiori di bach. Sono ansiosa e nervosa. Sono preoccupata. Ma malinconica e triste quel tanto che basta per. Per restare a galla in questa sera infinita. Appena iniziata. Sera di attesa, in attesa, di domani.
Eppure. Ho così tanto. E' così intenso. Perfetto. Ho questa promessa sulle labbra. Questo sapore delizioso che mi fa pensare che, forse, il resto non conta.
Metterei un video. E sarebbero i Queen. One year of love.

sabato 21 agosto 2010

I'm here

Credo che nella vita bisogna farsi domande. Mettersi in discussione. Dubitare. Cambiare.
Credo che bisogna farsi domande. Ma credo anche che ad un certo punto bisogna avere il coraggio di rispondersi. Di credere.
Sono a quel punto. E ci credo. Ci credo mentre brucia il colpo di coda di questa strana estate. Che ha trasformato i timori in certezze. L'incertezza in coraggio.
E anche se ho una scorta di paure da stendere al sole. E anche se ho ancora tante risposte da cercare. E anche se altro ed altro ancora. Sono qui. E ci credo.

sabato 14 agosto 2010

Oggi

Agosto

Sabato
La valigia aperta sul pavimento. I biglietti e documenti sul tavolo. Non scordo nulla. Parto.

Venerdì
Milano. Agosto. Grigio. Di tanto in tanto un illusorio sprazzo di azzurro. Di tanto in tanto uno sfuggente bagliore d’estate. La stazione è deserta (ma neanche troppo), le strade vuote (ma neanche troppo). Cammino sul marciapiede bagnato. Dentro il mattino. Muovo le labbra sulle parole della una canzone che mi piace (adesso). Assaporo i dettagli (miei, segreti). Già so che l’aria strana di questi giorni così sospesi svanirà anche troppo in fretta.
Sono un’amante infedele. Amo l’estate. Amo l’autunno. Con la medesima intensità. E anche questo tempo incerto che ti lascia intendere che l’estate sia finita e poi ti sorprende e ti fa svestire dei vestiti di troppo.
Quando maggio incalza mi lascio sopraffare dall’angoscia dell’idea della stagione che inizia. L’idea delle giornata lunghissime, dell’eccesso di luce e calore. Ora mi inquieta guardare le giornate accorciarsi, il pensiero del buio e del freddo. Il necessario dolore dell’abbandono che precede l’intensità di un nuovo amore.
Se poi sia possibile vivere le cose in questo modo. Se poi abbia senso. Se poi sia adulto. Se poi sia normale. Non so. Non so


Martedì.
Resto in ascolto. E mi aspetto di sentirne i suoni. Portai da vento. Sfumati e confusi. Ma reali. Dagli abissi più profondi. E dalle galassie più distanti. Mi aspetto di sentire che l’istante sia mio. E mio soltanto. Mi aspetto di essere il centro. Al centro.
Esiste più di un modo. Un modo per sfuggire al respiro claustrofobico di questa stanza. All’aria densa e pregna degli ego e degli egoismi. Di un certo fastidio silenzioso e violento. Muto. Non sono migliore. Ma sono diversa. E delle volte sento di non poterci vivere. Come una pianta in un ambiente sterile. Senza luce. Senza ossigeno. Esagero? A volte esagerare non serve neppure. Io non respiro. Io ho smesso di brillare. Sopravvivo. Ed è questo che più fa male.
Suona la fine della mia giornata. Prendo la borsa, metto gli occhiali ed esco. Esco. Ed è sempre troppa aria e troppa luce. Troppo spazio libero tutto insieme. Ossigeno. Da far girare le testa. Da far venir voglia di piangere. Piango sempre, sono un disastro. Una frana. Piango con gli occhi o solo coi pensieri. Piano per troppa emozione. Per l’incapacità di gestire le ondate dei sensi. Per troppa luce e troppo vento. Per troppa vita.
Cammino. La strada è lunga e deserta. Al sole. La musica che alza i toni. Delle volte canto muovendo solo le labbra. E sorrido. E cammino via via più leggera. Come se perdessi peso. Come se perdessi le cose inutili, i pensieri sterili. E magari piango e sorrido. E magari mi concedo il lusso di sognare per sognare. Per il piacere di immaginare.
Immagino. Ma la campanella non è ancora suonata. Silenziosi omuncoli dietro le scrivanie a scrivere. Dietro la mia a chiedermi. A domandarmi cosa posso immaginare adesso. Se c’è una stella. Se c’è una strada. Non crescono fiori su questi prati. E io ho paura di sfiorire. E io ho paura di non saper più cosa desiderare.

domenica 8 agosto 2010

Finchè le ali mi sostengono

Tutto passa. O deve passare. E ciò che non passa si può ignorare.
Ho fatto una tisana "bora bora", ghiacciata e rossa. On air qualcosa come una raccolta di mp3 dell'estate 2005. - Quasi vintage- Ho nascosto certi pensieri in un anagolo in ombra, dove posso fingere di non vederli, come briciole sotto il tappeto. E ci provo. E a tratti ci riesco anche.
Il tempo sembra fermo in questa domenica d'estate. Il tempo sembra galleggiare. Vorrei lasciarmi andare. Lasciarmi trasportare. Adesso che ho trovato il coraggio di tornare a scrivermi -seppure lo stile lasci a desiderare e i contenuti manchino di originalità - sento quasi che potrei provare. A vuotare il sacco. A lasiarmi andare. Sento che potrei. Provare. Riuscire.
Ma non è questo il giorno. Fare a pezzi il cielo azzurro di questa domenica sarebbe un delitto. Un sacriolegio. - Blasfemo. - E di certe idee fa girar la tasta solo lo sbattare d'ali tra i pensieri. Figuriamoci il metterle a fuoco. E di scriverne poi, neppure a parlarne. Non oggi. Oggi galleggio. Ascolto musica. Bora bora con ghiccio. Forse esco un pò, in calzoncini a infradito. Lascio sbiadire l'abbronzatura. Lascio le ore passare. Lascio gli occhi guardare oltre. Lascio le labbra scordarsi come si fa ad articolare i suoni. Lascio le mani disegnare arcobaleni immaginari.
Finchè le ali mi sostengono.

venerdì 6 agosto 2010

come se non ci fosse domani

Passa una 90 ogni trenta minuti. L'ho fatta a piedi con nelle orecchie le mie nuove cuffie fuxia. In fretta. Nel caldo. Niente da fare, ho perso il treno. Ho comprato una coca zero e vanity fair e mi sono seduta ad aspettare. Passata miracolosamente indenne attraverso la lettura di un articolo sulla vita della canalis sono scivolata verso un articoletto di un paio di pagine. Nientre di che, qualche periodo sul giorno delle lauree. Abbastanza banali. Eppure qualcosa c'è.
Come dare il la ad un'orchestra. Che ne so. Il mio sfondo comincia a vorticarmi intorno. Pensieri a catena. Immagini passate, speranze. Illusioni. Il treno delle mie illusioni lanciato che si va a schiantare contro la stazione del reale. Il paese è reale. Il mio mondo è reale. Adesso sono reale. Da vomitare. Da piangere.
E, miodio, piango. Lì seduta con le mie cuffie fuxia ed il giornale in mano. Non posso farne a meno. Senza rumore. Solo lacrime liquide e silenziose. Che bruciano gli occhi come sale. Che sono sola. Che sono solo un puntino nell'universo. Nello spazio afoso di questa stazione piena d'agosto e di luce. E d'estate. E dell'ombra di quello che sarà dopo l'estate. E del sapore salato e umido di tutte le cose che non posso diventare. Che vorrei raggiungere. Ma non posso raggiungere. Ma me le fanno a pezzi. Ma non arrivano mai. Le senti vicine, in equilibrio sul bordo delle palpebre. Ma poi scivolano lungo le guance. E si perdono. E si asciugano. E si dimenticano.

Ho preso il treno, si intende. In modo sorprendentemente razionale ho chiuso la marea delle emozioni dentro un pugno chiuso. E ho indossato il mio sorriso migliore. Il mio sorriso. Migliore.

mercoledì 4 agosto 2010

luglio

Un mese in viaggio. Ad intermittenza. Per lavoro e per piacere. Forse per amore anche. Avanti e indietro tra una manciata di punti. Stazioni affollate d'afa e ragazzi con gli zaini. Autostrade che sembrano non finire mai. Visi che mi vorticano intorno. Problemi problemi problemi. E, a cadenza settimanale, una boccata d'aria di mare.
Letti. Finiva che la sera scivolavo sopra le lenzuola con quel suono liscio e fresco al profumo di detersivo, uguale qualunque fosse il letto. Ovunque fosse. Qualunque fosse il colore della notte, diverso in ogni posto da un altro.
Ho portato con me un libro. Banalmente un romanzone datato senza troppa verve, ma abbastanza lungo da durare. Abbastanza lungo da tenere insieme i fili, i giorni e le notti, i letti, me.
E mi ha tenuta insieme.


venerdì 25 giugno 2010

pura luce

I momenti difficili. I momenti difficili che sono difficili per le ragioni meno banali. E non si riescono a spiegare. E non si riescono a capire. La luna è rotonda in cielo in queste sere. Il sole un palla di fuoco. La luce intensa. Il silenzio carico di vento e rondini nella sera. E stelle. Ed interminabili giorni. Ciascuno fatto a suo modo. Ciascuno. A suo modo.


sabato 19 giugno 2010

sparire oppur rivivere

Piccola e silenziosa. Osservo. Ho occhi grandi e credo sia l'unica cosa degna di nota. Ho dubbi oggi. Dubbi. Stanchezza. Un pò di paura. C'è nessuno?

venerdì 11 giugno 2010

Amarene

Distillo pensieri. Al contempo densi e incosistenti. Amarene sotto spirito. Una vertigine dolceamara di porpora e alcol. Il condensato di tutti quei dettagli minuscoli che cambiano il sapore dei giorni. La polpa carnosa tra i denti e lo spirito che scivola in gola. Quel che resta sulle labbra umide è il sapore persistente di un attimo. Che svanisce lentamente. Un poco meno intenso ogni attimo che passa. Ogni momento insipido che diluscie, cancella, dimentica. O forse no.

domenica 30 maggio 2010

oggi

va in onda la celebrazione malinconica dello scorrere del tempo. del tempo perduto. del tempo futuro. sto a guardare. tutto qui.

venerdì 14 maggio 2010

venus a tutto pasto

Non fa che piovermi addosso. Non gocce ma secchiate. Diluvi. Monsoni. Come guardare il cielo dal ponte di una nave invece che dalla vetrata (primo piano, palazzo A) dell'office. Occhieggia un raggio di sole, ma già all'orrizzonte si addensano nuvole color del petrolio.
E, lo confesso, a me neppure dispice. Mi allineo al comune disappunto per questo maggio fradicio. Ma fingo. Mento. Alla fine sotto il diluvio non ci sto così male. Non benissimo ma neppure da lamentarmi.
Non mi dispiace per come mi sento. Un pò di temporale dico, un pò di monsone. Togliere i jeans fradici. Viaggiare su treni come capsule umide sotto il diluvio. Annodare ancora la sciarpa al collo (pure per andare a letto). Avere freddo ai piedi e, cionostante, non mettere le calze.
Sto leggendo un bel libro. La sera. Lo associerò in eterno alle punte dei piedi fredde. Adorerò ricordarmene.
Ma è pur sempre venerdì. Se posso esprimere un desidero: cielo blu petrolio e vento va bene. Ma pioggia anche no. E se lo dico io sospetto ne sia caduta davvero abbastanza.



sabato 27 marzo 2010

folk

Il vento promette già l'estate ed io, contro ogni previsione, sono pronta.

Prendo possesso di un territorio nuovo. Stanze vuote. Spazi. Come la luce li riempie alle diverse ore del giorno. Idee che prendono forma. Immaginazione.
Mi piace. E mi piace anche sentire stringersi quel legame con i miei luoghi.



martedì 9 marzo 2010

Neve

Mi chiedi che sapore ha la neve di marzo. Ha il sapore che immagini. Come se l’inverno non volesse lasciarmi andare. Come se ci fosse qualcosa che ancora mi trattiene, qui. La cosa strana è che vorrei non finisse. Forse sono io che mi aggrappo all’inverno e a questo cielo denso di nubi. Per quel modo che ho di resistere al cambio delle stagioni. Come se uccidessi una parte di me stessa ed ne abbandonassi il cadavere nella terra della stagione passata, a diventare polvere, a lasciarsi dimenticare. L’inverno incede verso la primavera. Il presente diventa passato. Il passato passa comunque. Ma non vuol dire sia facile lasciarlo andare.
Mi chiedi che sapore ha la neve di marzo. E forse non ha neppure sapore. Cade. Smette. Riprendere. Fiocchi piccoli che fluttuano nell’area secondo percorsi sbagliati, contorti. A terra non resta nulla. Come se la stessimo immaginando questa neve. Come se neppure nevicasse.
La terra la assorbe, la cancella. Senza farsi sorprendere. La terra che ha fretta si sbocciare. Impaziente. Si nutre del nostro passato di polvere e prepara una nuova primavera.

lunedì 8 marzo 2010

is there life on mars?

Impiegare due ore ad attraversare Milano. Bere da una bottiglietta mezza vuota. Parlare con uno sconosciuto. Stare in silenzio. Avere un cielo. Avere il vento. C'è vita su marte?

lunedì 15 febbraio 2010

Ogni volta

Mangio una fetta di torta a bocconi minuscoli. Il premio di consolazione. Per un finesettimana freddo come il ghiaccio. Siamo fatti per sopravvivere. A tutto. Siamo fatti per rimettere insieme i pezzi. Per incollare. Per rialzarci da terra. Ogni volta. Per sopravvivere. Ogni volta. Ogni volta.



martedì 9 febbraio 2010

...

Restano impigliate nella punta della penna. Gocce di inchiostro. Blu. Macchiano le dita. Come bambini. E mi fa sorridere un pò. Ed un pò essere triste. E sembra che non voglia fare altro che nevicare quest'anno. E sembra così lontana. Eppure. Eppure sembra anche così vicina. Un'immagine. Da far stringere lo stomaco. Un brivido. Una vertigine. Che mi ha cambiato la vita.

martedì 19 gennaio 2010

pessima

Questa mattina la nebbia sembra non volersene andare. Luce violetta, cielo basso. Così basso che lo respiri. E sa di inverno e mi fa pensare a te.
Poi la luce si è fatta più chiara e i contorni lievemente più nitidi. La metro umida e lenta. Il filobus troppo affollato. Eddie Vedder e Ivano Fossati. La brina per terra che mi fa scivolare.
Cerco di non pensare.
I discorsi. Quei discorsi che pesano, che hanno un sapore sgradevole, che tu non voglio diventare così. E cerco di ripetermi chi sono. Anche se forse neppure lo so. Forse. O anche no.
E cerco di ripetermi che andrà bene. Anche se ho paura che non sarò felice. Anche se forse la felicità nemmeno esiste. E sarò felice un po’ e sarò un po’ triste. Come sarei stata un po’ felice ed un po’ triste altrove. Altrove.
Scegliere questa o quella cosa. Senza pensare che in fondo significa scegliere questa o quella vita. Bisogna scegliere come saltare. Senza pensare, chiudendo gli occhi. Sono pessima.
Pessima.
A questo penso mentre guardo la nebbia alzarsi fuori da questa vetrata smisurata. Un caffè solitario e amaro. Il fruscio dell’aria calda che esce dai bocchettoni e mi da l’impressione di non scaldare mai davvero. Plastica tiepida che non puoi scaldarci le mani. A che serve?

sabato 16 gennaio 2010

il mio ruolo

Ho gli stessi colori di questa giornata. La stessa luce. Lo stesso cielo. Immagino cavi della luce ai margini di una strada sulla pianura. Nebbia. Immagino silenzio, umidità che si impiglia fra le ciglia. Immagino pensieri. Pensieri di vento e cristalli. Pensieri silenziosi, raminghi. Pensieri senza futuro e senza gloria. Che si cercano. Che si conoscono senza bisogno di esserci conosciuti. Elettricità nei cavi. Scintille. Il suono dei miei passi. Passi invisibili che lasciano impronte sull'asfalto umido. Impronte che durano un attimo. E non resta che la sensazione che siano esistite, non la consapevolezza. Nessuna prova, solo l'idea.
Parole da scrivere. Bianche. Accennate. Questa solitudine tenue. Come una carezza. Come una domanda che non si aspetta che io sappia rispondere.


martedì 5 gennaio 2010

Frugare

Per fortuna non ho mai creduto di conoscermi davvero. Altrimenti ora sarei delusa, altrimenti ora sarei ancora più confusa. Non ho mai creduto di capire fino in fondo i miei occhi riflessi, quindi tutto sommato non sembra così assurdo. Non riuscire nè a leggermi nè a scrivermi. A capire le parole. A comprendere.
Mi frugo dentro con la punta delle dita. Dita fredde di inverno e vento mentre cammino per le vie del centro che spengono le luci di questo Natale. Frugo. Cerco. Immagino e non so. (Non so. Non so).
Cosa conta davvero. Cosa voglio davvero. Quell'idea del tempo che sfugge, che fa pressione. Prendo tempo ma non serve davvero. Un codardo temporeggiare.
Mi sento come contorta, intricata, ingarbugliata. Confusa. Dalla testa ai piedi. Dai capelli agli occhi, dalle stomaco alle dita delle mani, alle mie cavolo di ginocchia ossute. Non so.
E frugo. Mi martello di domande. Cerco. E qualcosa scopro. Piccole cose. Dettagli. E forse è dai dettagli che posso capire che fare. O forse devo rinunciare e fare senza capire cosa sto facendo.
Non lo so. Pensavo fosse più facile. Ma forse sono io.