mercoledì 31 dicembre 2008

and the winter came...

Enya gorgeggia dentro la stanza da qualcosa come un cd originale. Un te come si deve, pera&vaniglia. Aspetto l'anno nuovo, che arriva cone le dita fredde dell'inverno. Aria di neve.
Succede che venga la tentazione di fare bilanci, di fare liste, propositi, desideri. Questa volta mi astengo. Non perchè non abbia nulla da promettere o da farmi perdonare, non perchè non abbia nulla da desiderare o da sperare. No. Solo non ne ho il coraggio. Di farlo. Ad alta voce. E che sia. Che sia l'anno della speranza. Silenziosa.

martedì 30 dicembre 2008

così

Un te mela&cannella amaro da uccidere. L'inverno fuori. Il lavoro che sta volando via mail a destinazione, finalmente per concedermi un sorso di quiete. L'ultimo prima della volata finale, o prima del volo in generale. O dello schianto. O di chissà che altro. Rabbrividisco. Cerco di arginare il flusso dei pensieri, affilati da uccidere. Cerco di trattenere gli attimi, di trattenere l'esplosione sul punto di esplodere. Ma poi chissenefrega. camino sulla linea della mezzaria. E chiudo gli occhi. E non ho paura.
Potresi essere fragile come una candela accesa, potrei essere malinconica come certi film pomeridiani, potrei essere morbida come neve, dolce come miele... ed invece mi sento come un david bowie qualsiasi. così.


giovedì 25 dicembre 2008

imagine

L'ho appena visto passare. Mi ha sfiorato. E' corso via.



(you may say I'm a dreamer...)

martedì 23 dicembre 2008

Nella nebbia

Milano è avvolta in una nabbia bianca. Che sa di inverno, di tempo passato e che passa, che sa di questo mattino di dicembre. Il 23. Sa di me. Io sono nebbia. Che avvolge i tetti con lo sguardo, gli alberi, le cose. Che sfiora appena i visi dei passanti. accarezza i contorni e poi si dissolve. Io sono nebbia. O vorrei esserlo. Ormai mi appare chiaro che sto fuggendo. Solo un'ombra. In fuga. Nella nebbia.


Il silenzio oggi è la mia prigione. La mancanza di parole. Di espressione. La distanza. Il sole ha bucato la nebbia e io non riesco a rassenarmi. Solo il vento, forse. La sera, forse.


lunedì 22 dicembre 2008

dove si va da qui

Ci ho pensato salendo sul treno questa mattina, una Taf mezzo vuoto col riscaldamento altissimo. Ci ho pensato guardando scorrere l’inverno fuori dal finestrino. Ci ho pensato camminando verso qui, accendendo la luce e il computer, prendendo alla macchinetta un caffè orribile, fissando lo sguardo in un punto indistinto fuori dalla finestra. Ci ho pensato in questa mattina lunga e fredda, confusa, frenetica e inconcludente. Ci ho pensato. Ho lasciato che i pensieri mi piovessero addosso come poggia, come lacrime, come pietre, come speranza, come sogni, come paura, come sconfitte, come schiaffi e carezze. Ci ho pensato come se fosse possibile pensarci. Ci ho pensato nell’unico modo in cui è possibile pensarci. Lasciando fluire i pensieri, come maree delle mie lune inquiete. Lasciando scorrere le immagini davanti agli occhi e le sensazioni sui chilometri della mia pelle costellata di nei. Lasciandomi semplicemente sopraffare, senza riserve, senza resistenze, dal flusso delle emozioni che attraversano gli istanti come corrente elettrica i fili. Vorrei comprendere, fare ordine, capire, risolvere, controllare. E invece non riesco a fare altro che lasciare che tutto mi sfiori e mi stravolga, come vento che scompiglia i capelli e le gonne e poi correi via. La mia vita è arrivata qui e ora non so. Dove si va da qui.


martedì 16 dicembre 2008

il mio ruolo

Oggi ho una voglia terribile di sgusciare fuori dalla mia pelle ed andare a fare un giro fuori, dentro l’aria fredda e la pioggia. Oggi il mio corpo è di piombo e filo spinato.

I postumi di una notte insonne a svolazzare di pensiero in pensiero, seduta sul letto, vagante a piedi nudi sul parquet e poi impegnata in più seri tentativi di addormentamento: fianco destro, sinistro, pancia in giù, pancia in su e combinazioni più articolate. Premesso che nel buio della notte i pensieri sembrano acquistare velocità doppia oltre alla pericolosa tendenza di tingersi di grigio, la nottata non è stata del tutto inutile.

In questi giorni sono senza pace, perdutamente a disagio, completamente disallineata, inefficace, scoordinata e anche un po’ triste, via. Non che la notte mi abbia resa migliore ma, per lo meno, mi ha concesso di mettere un nome a questa inquietudine, di guardare alle cause della mia rovinosa caduta nel pendio dell’ansia e della confusione. Cause che sono, tra parentesi, irrisolvibili, inamovibili e pure un pochetto devastanti. C’è poco da fare insomma. Ma conoscere il nemico dovrebbe pormi in una posizione di vantaggio. Forse.

Mancano 5 giorni lavorativi al termine del mio mandato diciamo, alla perdita del mio ruolo, alla fine di questo periodo della mia vita. Il fatto di potermi trattenere qualche mese in veste di non si sa che è una consolazione solo in parte. Scarsamente efficace se posso permettermi un commento. Come sia possibile che io mi ritrovi qui, di nuovo a questo punto, non ne ho idea. Come mi sento? Beh, mi sento uno schifo. Mi sento come se non valessi niente. Mi sento come una che continua a girare in tondo. Ho ottenuto una lista di titoli e qualche pergamena da attaccare al muro. Tutto qui. La fatica, l’impegno, l’entusiasmo, i giorni e le notti, le estati e gli inverni sembrano non essere serviti ad altro. La lista delle mie colpe pare essere piuttosto folta: essere vicina ai trenta, avere una vita e degli interessi variegati, avere delle ovaie e, delle volte, essere troppo qualificata, oppure avere i titoli ma non l’esperienza, oppure non avere il nome o il cognome o chessà che altro, insomma, non sto qui a dettagliare ma c’è ampia scelta. Questo è un buon argomento per restare svegli la notte pieni di ansia e cattivi pensieri. Uno dei tanti. Efficace. Poi ho quella perversa tendenza a non trovarmi scuse, voglio dire, a prendermi la colpa. La mia. E anche quella che non mi compete. tanto per nn sbagliare. Vorrei solo un'occasione, il mio posto nell'universo, e nell'attesa mi faccio venire l'ulcera.
Non so se mi sento meglio adesso. Forse. Proverò con le pecore stasera. A contarle dico. O con le onde del mare. O fare vinta di essere vento, per sgudiscare fuori da me e volare via. Notte. Pioggia. Nuovole. E, sopra, le stelle.

lunedì 15 dicembre 2008

xmas carol

Metti che Natale arrivi con la pioggia. E tu sei li guardi che guardi piovere da dietro i vetri. La città satura di acqua piovana, il cielo gonfio, i rami pesanti degli alberi spogli. Un colpo di vento e comincia a piovere contro ventri. Contro il vasetto di yogurt ai mirtilli messo sul davanzale. Oggi è il quindici dicembre. E' quasi inverno. E' quasi Natale. E tu sei così dissociata, estranea. Proprio tu, fatina delle nevi e dei natali passati. O forse no. E ti viene da chiederti da quanto tempo questo non è più vero. O magari è troppo vero per non fare male. E ne prendi le distanze solo per non provare quell'intensità dolorosa che ha. Non saprei. O forse sì. E intanto piove. E si accendono le luci. E cambiano le parole e le voci nei corridoi. E arriva sera. E un altro giorno è scivolato via. Mentre mi vistano i fantasmi dei natali passati e dei natali futuri e io cerco di venire a patti col presente.
....



venerdì 12 dicembre 2008

la scusa del tempo

Credo di potermi definire introversa. Credo che il suono della parola, la sua natura aggrovagliata, illustri bene il concetto. Introversa. Forse per questo arriva sempre il punto in cui anche l'espressione scritta e semianonima, celata dietro le sembianze di una qualunque polpetta di riso, diventa difficile. L'inchiostro della mia penna è asciutto ultimamente per mancanza di tempo, per un certo timore nello spogliare di nuovo i miei occhi alla luce impietosa della rete e davanti al mio specchio. Quando hai cose da dire, universi interi da portare alla luce, da raccontare. Quando non ci riesci.

Oggi userò la scusa del tempo. Tempo che è troppo poco. Tempo dedicato anima e corpo alle cose che faccio, quelle cose che dovrò smettere di fare, quelle cose che fanno parte di quella vita che mi hanno fatto assaggiare per poi dirmi che non fa per me o, peggio, che non è quello che voglio. Ma come possa sapere qualcun'altro cosa voglio non ne ho idea, neppure io lo so. E lo so che non serve a niente fare le notti su questa stramaledetta cosa da finire in tempo, pensare, cambiare, riscrivere. Non serve a niente. Niente niente niente. Se non c'è posto per me, non c'è spazio, non c'è aria, non c'è una stramaledetta occasione. L'ho detto. Questo tempo è così, inutile, e io sono così incosistente da accettarlo.


Io. Non ho comprato nessun regalo e non ho nessuna idea. Ho le mani fredde. Le vacanze che arrivano mi fanno ancora paura e vorrei poterlo spiegare. Mi sembra di essere in ritardo sull'universo. Vorrei avere un bel naso e capelli come spaghetti. Vorrei uscire a fare un giro in centro per guardare Milano quando arriva Natale. Dicono che ho un brutto carattere. Secondo me non hanno capito niente.

venerdì 5 dicembre 2008

Dove finiscono i giorni?

Un venerdì grigio come sono sanno essere certi grigi solo certi venerdì di pioggia. Una settimana interminabile e breve in modo sconcertante. Giornate che sembrano non esistere, schiacciate tra risvegli in cui fuori l'alba sembra non essersi accorta che è tardi e sere precoci e stanche. Dove finiscono i giorni? Il mondo sembra non esistere neppure fuori da qui. E la cosa tragica è che, nel mentre, la cosa mi da anche qualche soddisfazione. Una specie di stanchezza soddisfatta, elettrica.
Ma è pur sempre stanchezza. Distanza. Distacco. Da me e dall'universo emozionale che mi gira intorno. L'emozione resta, ignorata ma non per questo meno presente, meno intensa. Sono malinconica e densa. Ed è di nuovo sera mentre mi chiedo di nuove dove finiscono i giorni.

martedì 2 dicembre 2008

fratelli di ossa

Sento il mio scheletro rivendicare il proprio diritto ad andare in crisi. E' un fenomeno strano e periodico, sensazione di irrigidimento che dalle spalle sale al collo e ai denti e poi scende lungo le vertebre, giù fino alla punta dei piedi. Se all'inizio sentire l'onda salirmi dentro mi terrorizzava, non avento tutto questo un nome o una diagnosi o un'esperienza comune, ora argino il panico frugando nella borsa alla ricerca di una tachipirina. Ci si abitua ad ogni cosa. E questo, se abbandono le mie crisi articolari per allargarmi ad una visione più ampia, mi toglie il fiato. Il mio spirito di adattamento è una risorsa ma anche un rischio, una minaccia, qualcosa da tenere d'occhio però potrebbe trasformasi da analgesico a veleno.
Mi dilungo. Farfuglio parole in cerca di sorriso e magari di qualche sfiorarsi di occhi e mani. Calore. I miei occhi vagano nella sera già scesa avidi di un seppur minuscolo segnale di vicinanza.
Le cose da fare, la cosa da dire, da mostrare e da dimostrare, non mi lasciano concentrare l'attenzione su nient'altro. Forse è meglio. Domani mi presento all'esame finale di ammissione all'esame finale. Sebbene la parola finale affiancata alla parola esame non sia altro che una contraddizione intermini. Mi approccio dunque a questo esame finale per l'esame finale.
Ogni segnale di vicinanza in questa sera di attese e di ossa rotte è bene accetto. Non siate avari. Se ci siete. Li fuori. In fondo, e io ne sono profondamente convinta, la vicinanza è sempre reciproca.
...

...non sai che tuttu fa parte di te
i pensieri si perdono e i tuoi occhi si illumineranno...

lunedì 1 dicembre 2008

palle di neve


Il cielo bianco sopra e intorno. Il freddo intenso fuori per strada e dentro questa stanza. Le parole superflue. I pensieri fluttuanti nell'aria gelida di questo dicembre. Leggera. Fredda. Incosistente. Come neve. Volteggio nell'aria per appoggiarmi appena sull'asfalto. E scioglermi. Sparire Diventare acqua e scivolare via, per chissà quali percorsi tortuosi e cicli di acque sotterranee e gelo e mare e nuvole e poi magari, forse, di nuovo neve. Dividere il mio corpo nelle minuscole parti dei suoi elementi, e tornare alla terra e al cielo, e poi rinascere di un corpo nuovo e uguale a me. Sento il bisogno, la voglia, di lasciarmi trasportare dal vento, di essere nuvole e pioggia e acqua e poi di nuovo cielo. Sento il richiamo primitivo dei sensi, la corrente emozionale che mi elettrifica le vene. E la ragione, il giudizio, il dovere, il pensiero, sono lo sfondo che mi si muove alle spalle. Il bisogno di lasciarmi sopraffare dalle sensazioni. L'esigenza di perdere la ragione. L'esigenza di sentire il sapore che ha. L'esigenza di guardarmi nel petto con la speranza di trovarci ancora qualcosa. Di ardente. Glaciale. Assoluto. Imperfetto. Spunta il sole. Scioglie la neve. Scende la sera. Congela i pensieri sui marciapiedi. Sono una fata. Una strega. Un angelo. Un'anima dannata.


spegni la luce, contagia il tramonto
hai troppe cose a cui pensare
per esempio che gli alberghi sono navi senza movimento
a quanto guasti dovrai riparare
quante invasioni dobrai contenere
ai fiori che si riproducono nel vento...
(PB)

mercoledì 26 novembre 2008

scrivere per scrivere

Fa proprio freddo. Il cielo blu e il sole sono solo un incantevole inganno. Soffro molto il freddo. Soprattutto in questi giorni. Mi sembra che questa stanza non si scaldi mai. Mi sembra che ogni passo fuori sia un’epica impresa. Sento freddo e stanchezza, stanchezza e freddo. Un po’ perché la notte non riesco a sbarazzarmi dei sogni che mi si srotolano davanti agi occhi come interminabili film. La notte finisce con l’essere più faticosa del giorno e l’alba glaciale e prematura. Un po’ perché i giorni accumulano ansie su ansie, da cui cerco di sfuggire semplicemente fingendo di ignorarle, di non vederle. Insomma. Freddo. Stanchezza. E tutto quanto c’è e mi sforzo di ignorare. Un’ignoranza colpevole, s’intende.
...
...
Oggi ho pulito tutto. Ho cancellato applicazioni inutili, ho pulito il desktop, ho scansionato il sistema. Poi. Poi ho riordinato la scrivania, ho fatto uno scatolone di carta da buttare, messo tutto nei giusti raccoglitori, ho lasciato la scrivania nuda e l’ho pulita con lo sgrassatore. Ho dato una passatina alla tastiera. Ho temperato le matite e messo tutto in ordine nel portapenne. Ho dato da bere alla pianta. E mi sono rimessa al lavoro. Certo, le questioni erano tutti lì identiche a prima, incomprensibili ed irrisolte, ma almeno ero venuta a capo di qualcosa. Soddisfazione. Pulire e riordinare hanno dentro di se l’essenza dell’equilibrio.
Matto a bollire l’acqua sperando che una tazza di te possa riportare le mie mani ad una temperatura compatibile con la vita umana. Mi sento un po’ sola, un po’ persa. Trovare la direzione giusta, la strada, è cosa complicata, soprattutto se fa freddo e sei stanca. Ed è da sola che la devi trovare, non ci sono santi. Solo che delle volte un po’ empatia non è che farebbe male. Ma questo è universo in cui si vive vicini senza toccarsi. Né col le mani. Né coi pensieri.

martedì 25 novembre 2008

winter

Della neve non resta traccia alcuna. La mattina si è svegliata scricchiolante di brina sotto le scarpe e sui vagoni merci fermi sui binari. L’inverno è ovunque. Sui rami spogli, sui fili del tram, nella luce bianca del pomeriggio, sulla punta fredda delle mie dita. Un attimo di distrazione e mi sono ritrovata immersa in una nuova stagione. Sto ancora cercando di comprendere la misura del cambiamento. Sto ancora cercando di mettere a fuoco gli sconvolgimenti emozionali di questo nuovo scenario.

Ieri sera ho spento la luce e mi sono raggrumata sotto il piumone. Ho chiesto all’inverno di cambiarmi. Perché al momento la cosa che più mi spaventa è il restare uguale a ieri. La luce del giorno fa vedere le cose in modo diverso. Forse l’inverno non potrà cambiarmi. Ma questo cielo bianco e glaciale può essere lo sfondo adatto su cui muovermi, sui cui essere migliore. Ho bisogno di togliermi di dosso delle cose di me, ho bisogno di gettarle lontano, alle spalle, per potermene dimenticare. Ne ho bisogno e ne ho molta voglia.

Ho molto da scrivere, questi giorni sono intensi. Sentimenti, cose, pensieri, premesse e conclusioni, avvenimenti, speranze e delusioni. Tuttavia posso rimandare. E lasciare questa pagina alla sola promessa, all’inverno e a me stessa, di lasciare al passato gli strascichi dei miei guasti nucleari, di essere nuova, migliore. Solo da un inverno si può rinascere. E questo è il mio. Punto.