venerdì 27 novembre 2009

i fili

I fili. I fili che legano le persone. Sottili, invisibi, fragili. Da districare con le dita. Da provare a comprendere. Ad aggiustare. A non perdere. A tagliare. Mentre provo, a capire e a districare il nodo ingarbugliato che ho tra le mani, mi sento anche un pò ridicola. Vorrei mani e mi ritrovo solo le mani piene di fili. Inutili.

sabato 21 novembre 2009

occhi negli occhi

Non riesco a scrivere. O si, per scrivere scrivo. Ma io resto in testa. Non riesco a fluire, a scorrere. L'emozione si addensa dietro le palpebre, nei colori dell'iride. Si addensa nelle dita delle mani. In gola. Nei muscoli e dentro le ossa. Non so come farla uscire. O, a dirla tutta, ho paura di quello che vedrei se uscisse davvero. Ci penso su. Ci scarabocchio.

sabato 7 novembre 2009

ma che sapore ha...?

Cielo grigio. Aria densa che sa di pioggia e nuvole e nebbia e autunno. Io che faccio i biglietti del treno. Io che cambio il colore ai capelli. Io che vorrei uscire ma anche no. Io che vorrei rallentare il tempo. Che sono stanca. Che ho gli occhi gonfi e mal di testa da giorni. Per giorni. Ho addosso un silenzio malinconico. Ho addosso bisogno e desideri. Incertezza, un pò. Il sapore della pioggia sulle mie labbra, il sapore che ha sapere che tutto sta per cambiare, che devo costruire una vita nuova. Ed è bello, volgio dire è bello immaginare, disegnare sul foglio bianco. Ogni cosa. Ma è strano sapere che dei giorni come questo ne resta un numero piccolo, finito. è strano sentirsi addosso il tempo che passa.

giovedì 5 novembre 2009

Novembre

Sarebbe silenzio. Si non ci fosse il suono elettrico delle apparecchiature in tensione, il fruscio delle ventole del computer, il rumore del traffico distante, fuori dai vetri, e il ticchettio delle mie dita sui tasti, dentro.
Il pomeriggio soprattutto la stanza si riempie di luce, non serve neppure tenere le luci accese. Il sole gira da dietro le mie spalle verso il lato, i colori si fanno più caldi, il cielo si infiamma e, infine, la sfera si fa incandescente sull’orizzonte per poi scomparire dietro gli alberi. Questo accade il pomeriggio fuori dalla mia finestra che non è in verità una sola finestra ma una parete intera.
Io non guardo mai abbastanza, ed è un peccato. Ed è per questo che mi ha lasciata stupita l’aria fredda della sera e il colore giallo e brunito delle chiome degli alberi. È novembre ed io non me ne ero neppure accorta.
Questa mattina ho camminato per venire qui, perché camminare aiuta a ritrovare i pensieri, a far scivolare il peso delle cose inutili via via più giù, dalla testa allo stomaco, alle gambe, ai piedi. Per poi scivolare fuori, sull’asfalto, rimbalzare e restare indietro. Come qualcosa di superfluo, qualcosa da lasciare indietro, un peso di cui disfarsi per camminare più leggera. E andare più lontano.
Forse non ho abbastanza autunni sulle spalle per essere saggia o per aver capito qualcosa, ma ho occhi abbastanza per poter guardare allo specchio e comprendere quanto è ora di fare un respiro. Mi succede, mi è successo e probabilmente succederà di nuovo in futuro. Smetto di scrivere per qualche tempo. Non so giudicare se si tratti di anoressia o inappetenza. Restano bianche le pagine dei miei quaderni e persino questa mia, ormai solitaria, pagina nell’etere. E più perdura questa fase avara di lettere più lentamente cresce dentro una sensazione di vertigine, di smarrimento, perdita dell’orientamento che poi si trasforma in bisogno, in necessità, in urgenza. E quando non sono più in grado di contenere le parole semplicemente tra i miei pensieri, quanto mi riempiono gli occhi e le mani, il giorno e la notte, allora posso solo sedermi davanti ad un foglio bianco e mettermi a scriverle. Non importa come, cosa, dove. Scrivere e basta. Come piovere. Come piangere a volte. Senza rumore.
Goccie. Parole che mi scivolano fuori dalla punta della dita o della penna. Una dopo l’altra. Maree. Ed ad ogni parola mi sento un po’ meglio. Ad ogni parola mi sento di ritrovare qualcosa che avevo perso.


sabato 24 ottobre 2009

La virtù dei forti

Avere 30 anni -panf panf- è faticoso. Ci sono giorni in cui mi fa sentire stanca. Ci sono giorni in cui fa sentire uno schifo. Oggi unisce l'aria rarefatta delle domeniche di ottobre alla grave leggerezza dei miei (pochi?) anni. Oggi mi fa desiderare di camminare a piedi nudi sul parquet, di bere cioccolata fatta con l'acqua calda e il cacao amaro, di prolungare le ore fino a lussarle. Mi fa desideare di avere 25 anni di meno, ma anche no. (Quell'immagine idiliaca di infanzia che qualcuno dipinge non l'ho mai condivisa). Mi fa desiderare (forse) (però) (magari) di non sapere e di non conoscere molte e molte cose. Sarebbe più facile. Ma sarebbe vigliacco, debole, facile.
E, no. Non sia mai. Mi piace essere forte, o per lo meno dare quell'immagine li. Fare, disfare, rifare, affrontare, risolvere. Come se fosse facile, come se non me la facessi sotto, come se non mi tremassero la mani (e lo stomaco e le labbra), come se non fossi stanca, come se avessi tutto sotto controllo. Io ci credo, che sia vero o no ha davvero importanza a quel punto? La fragilità è un segreto. Così evidente da sembrare invisibile.

(forse era ovvio che prima o poi l'avrei fatta mia. è adesso, oggi, me.)