mercoledì 12 novembre 2008

Partire

Un sera di pioggia. Il buio e il freddo dell'inverno che si insinua lento tra i pensieri. Voglia di partire. Di viaggi. Di città fredde in cui congelarsi la punta delle dita per sciogliarle attorno ad una tazza enorme appoggiata al tavolino di un bar. Se potessi partirei. Scarabocchi sopra i fogli. Orecchie agli angoli della pagine di un libro. Gamla Stan. Inishmore. Nyhavn. Immagini che riempiono la memoria di sensazioni. La vita accelera in questi giorni. Ma se potessi partirei. Per sentirmi straniera. Per perdermi nelle parole incomprensibili delle lingue e dei dialetti. Mangiare cibo strano. Bere birra ghiacciata nonostante la temperatura sotto zero. Addormentarmi rannicchiata dentro piumoni bianchi in letti senza lenzuola. Svegliarmi nella luce strana che ha l'alba muofendosi verso nord. Come un uccello migratore al contrario. Voglia di partire. Di sentirmi libera. Libera in quel modo in cui ci sente.
...

domenica 9 novembre 2008

un istante di quiete

Ritagliare un istante di quiete. Mentre scende la sera e sfumano le ombre. Mentre la musica satura l’aria ed allontana i pensieri. Assopisce la ragione. Distende i nervi. Smetto per un attimo di rincorrere impossibili scadenze. Smetto per un attimo di farmi domande, di provare a rispondere, di rivivere, di cercare di comprendere. L’amarezza e la delusione sono veleno. Sono fumo, che non fa respirare. Rilasso le spalle e il collo. Cerco di allontanare un mal di testa infernale che dura da settantadue ore, nonostante la chimica. Cerco di ritagliare un momento. Un istante. Di quiete.
Ho sempre preferito le parole alle musica muta. Le parole delle canzoni. Ho sezionato canzoni a centinaia, verso per verso, parola per parola. Le ho fatte mie. Oppure le ho gettate alle spalle assieme agli altri cumuli di banalità che viaggiano nell’etere. Per me la musica era musica con le parole sopra. Preferibilmente scarna. Preferibilmente acustica.
Poi una sera d’estate ho iniziato ad amare anche la musica. La musica nuda. Senza parole aggiunte. La musica che basta a se stessa. Perfetta.
Una sera d’estate. Ero nella casa al mare. Seduta sul balcone, con la schiena appoggiata al muro ed i piedi nudi e abbronzanti contro la ringhiera. Un albicocca. Non riesco a collocare nel tempo il momento. Ma c’era ancora mio nonno. E stava bene. Visto che era uscito, ed era andato a sentire un’orchestra suonare. Potevo immaginare qualcosa di più noioso. Che poi in ogni caso non sarei sfuggita al concerto. Il paese è piccolo e la casa stava proprio nel centro, ad una decina di passi dal concerto. Scalpiccio di piedi, vociare indistinto, risate e pianti di bambini. Le prime stelle che sorgevano in mezzo al cielo, sopra quei tetti così familiari e così distanti. Fatto sta che la musica è iniziata. Ed era bellissima, perfetta, scrosciante e totale. L’orchestra suonava colonne sonore. La notte esplodeva e perdeva i contorni. Solo cielo e mare e vento e stelle. Ed io restavo lì. Piedi nudi e albicocche. Per ore. Fino a che il direttore augurava a tutti la buona notte.
Da quella notte ho iniziato ad amare la musica nuda. Generi e suoni diversi, per ragioni e in momenti diversi. Senza pretese di raffinatezza. Dischi. Molti. Su tutti uno. Questo. Che suona ancora, ogni volta, come quella sera. Per me. E mi ritaglia attorno un momento perfetto. Un istante. Di quiete.




martedì 4 novembre 2008

scrosci

Mi dissolvo dentro la pioggia scrosciante. Sciolgo il mio viso nel riflesso delle pozzanghere accanto alle rotaie del tram. Frammento il mio profilo nelle gocce che scivolano soi vetri. Scivolo via. Dentro l'acqua che scorre nei canali, dentro i rivoli ai bordi della strada che si inabissano dentro le bocche di lupo per poi riemergere chissà dove. Milano ha la falda alta, una Venezia sotterranea di canali d'asfalto e gallerie della metropolitana. Il vento trasforma le gocce che mi piovono addosso in brividi. Mi dissolvo in sensazioni e suoni, densa e intesa nelle pioggia di novembre.
Sensazioni liquide. Fluide. Che scivola negli spazi più minuscoli, inarrestabili, incomprimibili.


Questa pioggia scrosciante ha qualcosa di assoluto dentro di se. Intenso ed emozionale. Ma sento come se mi portasse via qualcosa. Scivolandomi addosso. Scivolando via. Qualcosa di me. Sono stanca stasera. Tolgo i vestiti bagnati e le scarpe. Asciugamani e sapone. Sciolgo un analgesico gigante in due dita d'acqua. E mi lascio asciugare un pò.

lunedì 3 novembre 2008

pensieri pendolari

Treno in ritardo. Il vagone gonfio di ombrelli gocciolanti e giacche bagnate. Riscaldamento troppo alto. Vetri appannati. Le voci che si sovrappongono e alzano i toni. Brutte scarpe. Profumi da donna troppo dolci. Una delle poche occasioni in cui vorrei essere alta o, quantomeno, più alta.
Treno in ritardo dicevo, ma anche sbagliato. Devo scendere e cambiare. Scendo. Trascinata e travolta da un fiume di persone. Piove sulla banchina. Sembra sempre che tutti abbiano fretta nelle stazioni. Sembra sempre che tutti abbiano il diritto di calpestarti senza chiedere scusa. Rallento. Lascio che il flusso mi passi oltre. Lascio che il flusso mi lasci indietro. Lascio che la banchina ritorni deserta.
La coincidenza è in ritardo. Non mi resta che sedermi sotto la tettoia. La panchina di marmo è fredda e umida sotto le chiappe. Piove più forte. La gente passa intorno e lascia impronte sporche e bagnate. Un bambino con gli occhiali e un impermeabile dell'uomo ragno sta sedeto sul muretto. I treni scivolano a raffica sui binari, in entrambi i sensi. Io di colpo vorrei farmare il tempo. Fermarlo lì, nell'inutile tempo di attesa di una mattina di pioggia.
Una foto di qualche anno fa mi ha rimesso di fronte il mio viso liscio di ragazza. Più morbido. Mi pare quasi non mi somigli abbastanza. Mi piove addosso una sensazione a cui non so dare nome, lì seduta su quella panchina. Mentre penso a quel viso come se non fossi io. Ai treni che sono passati. A quelli che ho perso. A quelli in ritardo. A quelli troppo pieni e a quelli presi senza biglietto. A quelli che ho preso a dai quali magari sarei voluta scendere, ma che non hanno fatto più fermate. A tutte le mattine in cui scendendo in stazione centrale sarei voluta salire su un treno che andava chissà dove invece che andare dove stavo andando. Ed invece non l'ho fatto mai. Avrei voluto fermare il tempo lì, questa mattina, dentro l'inutile attesa di un treno in ritardo. Per avere il lusso di guardare le cose. Di guardaci dentro.
Il treno è arrivato sul binario due. Mi sono arrampicata sui gradini fuori norma del treno diesel per milano lambrate. Troppo pieno. Troppo caldo. Coi vetri appannati. Brutte scarpe. Profumi troppo dolci. Ma delle volte non vedo niente, non mi accorgo di niente, sono lì e potrei ovunque. Completamente perduta dentro i miei pensieri pendolari.



venerdì 31 ottobre 2008

L'equilibrio e la quiete

Come il vento che passa tra i rami. Delle volte sono i rami che provano a trattenerlo. Delle volte sono il vento che fugge via.
Questa pioggia che mi piove addosso, goccia a goccia, fin dentro le mie ossa. Pensieri d'inchiostro come scarabocchi dentro le pozzanghere. L'anima inquieta. L'equilibrio e la quiete. Nascosti chissà dove. Ritrovarli piano, goccia dopo goccia, in questa fredda pioggia che scivola da ottobre in novembre.


And I don't even care to shake these zipper blues
And we don't know
Just where our bones will rest
To dust I guess
Forgotten and absorbed into the earth below
(grazie a Simo e a Fred Vargas per il vento)