venerdì 31 luglio 2009

riepilogo d'estate

9 luglio.
Come se tutto potesse cambiare. Da adesso. Ad adesso. Come se una giornata sola potesse raccogliere tra le mani chilometri di vita, anni, etti, carati. Tutto può restare un attimo. Tutto. O nulla.
Quello che credevi di rimpiangere hai già smesso di desiderarlo. Mentre passano i giorni. E i tramonti. E ti fai la doccia al te verde. Ti cambi i vestiti. Ti guardi allo specchio. Ed è sera e poi mattina. La sveglia alle 6.05 suona Neil Young ed è estate. Un altro giorno. Un’altra vita. Mangi un’albicocca scendendo le scale. Canti una canzone tra te e te. Oppure scrivi un romanzo col pensiero e lo affidi così, al vento, senza che ne resti scritta traccia alcuna (non è inchiostro nero ma sangue che grandina gioia). E sei sempre te stessa. Un corpo in movimento tra le stagioni. E i deserti. Che cambiano. Respiri. Cammini. Fai la tua parte. Sei parte dell’universo. In rotazione coi pianeti. Oscillante con la maree. Evanescente. Provvisoria. Sfumata.
Suona il telefono questa mattina. La voce che mi blandisce e mi trattiene. Che non so giudicare. Seduta a tavola ad una cena sento che vorrei essere altrove. Mi sento estranea, aliena. E mi accorgo che ci sono già, altrove. La nave è salpata e io sono a bordo. E adesso lo sento il vento tra i capelli e l’odore dell’oceano. Salsedine dentro la tua bocca. In una notte insonne di luna piena che porta un nome sulle labbra. La mia finestra sul cielo. Un letto enorme. Odore di erba e buio. L’alba. I pensieri. Le dita della mie mani, farfalle senza riposo.
Non esitare. Poiché potrebbe finire domani.
[...Ma sono l’unica cosa che mi rimane. Io sono l’ultima cosa che ho. Sarò la prima cosa che avrò. Se sono l’ultima cosa che mi rimane. Sarò la prima cosa che mi rimane...]

14 luglio.

Quello che manca. Quello che mi manca. Sotto il sole. Cielo denso d’estate. Il mio viso riflesso nell’umidità dell’aria. Diamanti. Lacrime. Sudore. Non so. Che cosa ci spinge ad essere quello che siamo, che cosa motiva la trama delle giornate, del tempo. Quella quadrettatura sottile su cui disegnare parole. Sostegno. Gabbia. La stanchezza che sale dalle caviglie fino alle palpebre.
Per che cosa è che sono viva. Per che cosa respiro. Apro gli occhi la mattina. Mentre il tempo mi stritola, mi incasella. Stringe. Per che cosa io cerco di divincolarmi, di trovare attimi, scorgere dettagli. Di nuovo la vita è delle piccola cose. Stancamente ripongo pezzi di sogni infranti dentro una scatola di vetro. E ne invento di nuovi. Finché né avrò di fantasia per inventarli. Finché non basteranno i treni soppressi, le frustrazioni di funzionari ingrigiti, le distanze, le telefonate troppo costose, i titoli dei giornali, i bestseller senza anima, le canzoni inutili. Finché non basteranno a togliermi il fiato. A farmi desistere. A sbiadirmi.

23 luglio.
Chiudi gli occhi. Sento il vento sussurrare. Chiudili. E sparirà questa sensazione di troppo. Di troppa luce. Di troppo caldo. Di troppo asfalto sotto i tuoi piedi. E troppo piani per questi palazzi. Di troppe chiacchere. Di troppe ore di veglia. Chiudili. E non ci sarà che vento. E capelli che sfiorano il viso. E vibrare leggero di polmoni che si riempiono e di cellule che respirano. La vita timida e tenace sotto la mia pelle.

domenica 28 giugno 2009

E come il mare con le sue canzoni d'amore...

domenica.




Le domande. Il piccolo e l'infinito. Il vicino e il distante. Le vite: intrecciate, sfiorate, lontane e poi perdute. Domenica e le domande. Risposte nessuna. O forse risposte fin troppo evidenti per starle a guardare. E forse è meglio girarsi e basta. (e domani nella battaglia pensa a me).

venerdì 26 giugno 2009

L'estate

Un temporale che scoppia mentre sono in piascina a nuotare. L'aria di colpo gelida sulla pelle mentre tolgo l'orrenda cuffia rossa e recupero le infradito. L'estate che tarda ad arrivare. E io che guardo verso il cielo. E io che quel cielo sono io. E io che l'adoro questa estate svogliata. Che mi lascia respirare. Che mi fa aspettare.


lunedì 22 giugno 2009

Morbida e chiara

Dentro la sera. Morbida e chiara. Vento. Cielo. Luce fino a tardi. I piedi nudi e freddi. Aria che si muove, ne sento quasi il sapore. Posso misurare la distanza in passi. In braccia e mani. La distanza tra me e l'orizzonte. Tra me e i colori del tramonto. La distanza tra la linea della terra e il cielo. La distanza tra le foglie e le stelle. La distanza tra gli occhi e gli occhi. Distanza che si misura il perle. In gocce di rugiada. In onde di mare calmo, quando la sera resti sola sulla spiaggia e guardi il sole annegare. E, dio, io non lo so che dico. E' solo il flusso. Marea. E io mi lascio trasportare. E vorrei ridere e piangere. E sciogliermi come ghiccio tra l'erba. E rinascere da nuove sorgenti. Con parole ancora da scrivere. Persa nella distanza. Sto cercando.

venerdì 19 giugno 2009

Amo Milano, I Treni e ManuelAgnelli

Oggi ritorno a Milano. Un venerdì caldo di sole velato e nuvole all'orizzonte come promesse. Caldo, dicevo, e minuti di attesa alla fermata del tram. Risalgo a piedi la via Pisani, sterile e fascista nella sua architettura ostile. Scendo in metro, di corsa. 15 minuti al treno. Eppure sento che c'è qualcosa fuoriposto. Forse musica nell'aria. Nemmeno ci faccio caso talmente mi appartiene. Scritta sulla pelle, tra le ciccatrici e nei. Poi però ci faccio caso. Perchè le note sono quelle giuste, è il resto ad essere sbagliato. Il tempo. Il luogo. Il volume. Zompetto lesta sui passi e invece di scendere attraverso la piazza. Trasalgo. Una voce così dannatamente famigliare sulle labbra di uno sconosciuto. Singolare. Affascinante. La sensazione dico. In fondo sono io che mi sono appropriata di parole sue e le ho messe sulle mie, di labbra. Mi imbarazzo un pò. Ma resto. Ed è così che Manuel Agnelli mi ha fatto perdere il treno.
(Alla fine corro al treno successivo. Loro fanno un morso di PiccOlaIeNa. Oh yes. e io peso 10 kg di meno).
Amo Milano.